La nozione di cura in medicina
presuppone, per essere capita nella sua intrinseca complessità,
l’analisi di diversi concetti: a) la salute; b) la malattia; c)
la diagnosi; d) la terapia; e) il medico; f) il paziente; g) il
rapporto medico-paziente; h) il rapporto tra il paziente e la
sua stessa condizione patologica. Questi termini –
indipendentemente dalla sequenza con cui sono stati posti, o dal
fatto che se ne potrebbero inserire altri ancora più sfumati –
hanno in comune, dal punto di vista filosofico e medico, due
questioni fondamentali: quella del rapporto
universale-particolare e quella del significato della categoria
dell’identità.
1. Il rapporto
universale-particolare
Tanto il concetto di salute
quanto quello di malattia non sono univocamente determinabili:
la storia della medicina occidentale dimostra con chiarezza e
con sovrabbondanza di esempi che la malattia acquista connotati
diversi a partire dalle differenti teorie e pratiche mediche,
sia dal punto di vista diacronico (la vera e propria storia del
sapere e della prassi medica), sia da quello sincronico (la
presenza simultanea di diversi paradigmi scientifico-medici).
Anche solo elencando alcuni dei
paradigmi fondamentali sulla natura della malattia – la malattia
come a) insieme di sintomi o di manifestazioni cliniche, b) come
lesione morfologica di una struttura dell’organismo, d) come
alterazione della forza vitale dell’organismo, e) come
alterazione funzionale, f) come evento biologico – appare
evidente che ciascuno di essi determina una particolare
definizione di malattia. Ciascuna definizione rende a sua volta
possibile diversi approcci nello studio delle malattie, alcuni
dei quali sono: a) la nosologia, b) la patologia, c)
l’epidemiologia, d) la clinica.
Ma ciò che vorrei qui evidenziare
è che ciascun paradigma e/o approccio presuppone sia particolari
strategie logiche ed ontologiche della ricerca scientifica, sia
particolari percorsi di ragionamento per giungere a stabilire la
diagnosi e la terapia.
Tanto le strategie di ricerca,
quanto i ragionamenti della prassi medica si organizzano e si
sviluppano entro determinate relazioni tra l’universale ed il
particolare: promuovere e sviluppare una ricerca, stabilire una
diagnosi, prescrivere una terapia, sono tutti processi
logico-cognitivi che, in modo più o meno esplicito,
presuppongono e mostrano in atto determinate modalità di
universalità (unità) in quanto poste in relazione, applicate ad
un particolare e/o ad un insieme di particolari tra loro, per
diversi aspetti, eterogenei (molteplicità).
A titolo esemplificativo,
possiamo pensare a quel vasto campo di conoscenza scientifiche
che costituisce la psichiatria: diversi sono i modelli di
ricerca, a ciascun modello corrisponde, prevalentemente, un tipo
di attività diagnostica e terapeutica. Ciascun modello,
ponendosi di fronte ad una determinata sindrome psichiatrica,
che è costituita da una molteplicità di segni e di sintomi, ne
sceglie e ne trattiene tra questi alcuni come necessari ed altri
li valuta come secondari o inessenziali; tale operazione si
applica sia al singolo paziente, con la sua organicità composta
di elementi eterogenei, sia alla varietà dei pazienti. Poter
dare una diagnosi valevole per uno o più pazienti significa, in
entrambi i casi, fare scienza: ricondurre più segni e sintomi di
un individuo o di più individui ad una classe, ad una specie, e
di conseguenza istituire una terapia. Ma la necessità
epistemologica che in queste poche pagine vorrei evidenziare e
che a tale momento, quello della ricerca della classe, della
specie, dell’universale, non può non seguire, sempre per motivi
scientifici, una ulteriore operazione: quella di declinare
l’universale rispetto ai tanti sintomi che costituiscono il
vissuto stesso del singolo paziente, e di conseguenza a ciò che
realmente distingue tra loro i diversi individui ‘ricondotti’
entro la medesima classe o sindrome (per esempio uno
schizofrenico è sempre molto diverso da un altro); si tratta
cioè di tornare alla realtà data senza cancellare nei protocolli
scientifici di ricerca e di diagnosi la complessità personale di
un singolo paziente entro la classe a cui pure per diversi
aspetti egli appartiene. La terapia, forse più della diagnosi,
ha il compito di non perdere dal punto di vista scientifico, il
vissuto, il significato personale che i segni e sintomi di una
sindrome hanno per un singolo paziente. E nel far ciò, forse,
molti di quei segni e sintomi in prima istanza sono stati
trascurati, in quanto apparentemente solo soggettivi ed
accidentali, riacquistano un ruolo centrale per la terapia e
forse anche, in un secondo momento, per la rimessa in
discussione della diagnosi stessa, e in casi ancor più rari ma
non per questo non significativi, il loro ruolo sale fin a
mettere in discussione i criteri della ricerca scientifica
stessa.
Dunque se il problema che sto
ponendo è quello del rapporto universale-particolare, intendo
sottolineare ulteriormente che il particolare di cui spesso il
ragionamento e la prassi medica si fanno carico, è un molteplice
in sé disomogeneo, ossia costituito di elementi reciprocamente
dissimili (distinzione): dissimigliaze che però non cancellano
quell’unità concettuale che costituisce quel particolare
molteplice (per esempio l’unità di una determinata patologia
rispetto agli individui che ne sono affetti e ai molteplici
segni e sintomi che la contraddistinguono) e ne rende possibile
la comprensione, ossia il farne scienza.
La cura, però, come rapporto più o
meno organico tra ricerca, diagnosi e terapia – a partire di
volta in volta da una determinata concezione della natura della
malattia, da un paradigma e/o approccio – pur non potendo in
alcun modo venir meno alla necessità logica ed ontologica della
ricerca dell’universale, dell’unità per capire, per fare scienza
appunto di una realtà, non può, come ho detto prima, se vuole
essere vera e propria cura di un ‘singolare’, di un individuo,
risolversi nel solo universale, nella sola unità. Non slegando
l’universale dal particolare, né tanto meno risolvendo il
secondo nel primo, per la ‘cura’ si apre un compito scientifico
ed etico allo stesso tempo: quello di declinare l’universale
rispetto ad ognuno dei singoli particolari (individuo) che
raccoglie sotto di sé.
Ciò può essere fatto, per esempio,
non presentando la salute come la contro classe, l’opposto
astratto, della malattia diagnosticata, ma come qualcosa di già
presente in quei tanti aspetti particolari, nei tanti dettagli,
nel vissuto che una persona ha ed è, e che la distingue dalla
sua condizione patologica. Applicarsi con cura a quei dettagli
vuol dire declinare l’universale.
Tale compito è necessario alla
scienza medica in modo eminente: si tratta di non lasciare ad
una dimensione estranea alla scienza medica la comprensione di
quella disomogeneità che distingue qualitativamente tra loro gli
elementi che costituiscono un determinato molteplice.
Le somiglianze e le dissomiglianze
interne al molteplice costituiscono, così, la materia prima da
analizzare e da trattare: tanto come dato di partenza per
giungere gnoseologicamente all’universale, all’unità, quanto
come ciò a cui tornare per applicare in modo differenziale
l’unità stessa. In medicina questo doppio, non speculare e non
meccanico, movimento tra l’universale ed il particolare spesso
assume la forma cognitiva della classificazione: ogni criterio
tassonomico è in effetti un modo per rendere conto delle
analogie tra le singole realtà, ma, appunto in modo eminente in
medicina, la classificazione, i suoi principali criteri di
classificazione – alcuni dei quali sono: a) sintomatologia
clinica; b) anatomia patologica; c) fisiologica; d)
microbiologia e agenti infettivi; e) immunologia ed
epidemiologia – non possono fermarsi al livello epistemico della
riunificazione di ‘più’ in uno, è necessario declinare, sempre
per motivi scientifici e non vagamente moralistici, la ‘specie’
rispetto a ciascun individuo precedentemente ‘raggruppato’. Si
tratta di declinare la diagnosi nella terapia, la terapia nel
tempo, negli accidenti del paziente.
In poche parole: è necessario il
DSM per la scienza, se parliamo, seguendo l’esempio che ho
scelto, di psichiatria, ma non è sufficiente, ogni psichiatra
dovrà, oltre ad indicare la “classe”, imparare un particolare
habitus di valutazione, quello capace di discernere, di volta in
volta, a quali dettagli, a quali contenuti personali del
paziente affidare la cura. La schizofrenia ha una forma
abbastanza identificabile, così per la depressione maggiore,
ugualmente sono individuabili le principali forme di delirio, ma
identificata la forma è necessario affrontare il suo contenuto,
che spesso è determinato in gran parte dalla personalità del
malato; ed è anche sui dettagli di questo contenuto che si deve
lavorare per far affiorare la distanza tra il paziente e la sua
condizione: si tratta di una distanza che, quanto meno, è una
promessa di salute.
2. L’identità in
sé distinta
Nessun criterio tassonomico,
nessuna classificazione può tenere a lungo, per troppo tempo,
anche solo dal punto di vista terapeutico, più realtà
individuali sotto uno e medesimo concetto o classe, e neppure un
solo individuo a lungo in una specie. E ciò perché il metodo
stesso della conoscenza, qualunque esso sia, non è identico al
suo oggetto, lo sarebbe se l’identità di quest’ultimo fosse
un’identità o interamente costruita dal metodo stesso o data ‘in
re’, nella cosa stessa, come completamente determinata: una
identità analitica. Per identità analitica, completamente
determinata, intendo indicare la forma tautologica della
conoscenza: ad esempio se dico che il triangolo ha tre lati, è
l’identità stessa di questa figura geometrica a contenere in sé
il predicato “tre lati”. Ma gli enti reali naturali hanno un
proprio divenire, possiedono una molteplicità di propensioni e
di accidenti non contenuti nella propria identità, in ciò che
consente allo scienziato, per fortuna, di classificarli, di
ricondurli ad universalità; essi hanno componenti legate
intimamente alla propria essenza, ma non identiche a questa:
componenti riconducibili alla loro reale esistenza in quanto
diveniente nel tempo in modo più o meno accidentale. Di questa
ulteriore dimensione la scienza non può non tener conto: si
impone, appunto, come ho detto, la necessità di permanere
epistemicamente nel legame, non per identità analitica, tra
l’universale ed il particolare.
Ma se questo “permanere” è un
compito necessario per la scienza in generale lo diviene in modo
eminente per la scienza medica: per la ricerca, per la diagnosi,
per la terapia, per il ragionamento medico. Per la medicina si
impone ciò che in termini filosofici si chiama “giudizio
individuale”: un giudizio che intellige, porta ad universale, un
oggetto determinato (che sia un fatto estetico o un evento
storico o altro ancora è indifferente, si tratta comunque di una
realtà individuale) senza cancellare la distinzione reale che
intercorre tra l’identità dell’oggetto nella sua singolarità e
l’identità del metodo che consente di conoscerlo come
“appartenente a”. Non cancellando tale distinzione si possono
continuare a conoscere, in senso forte, le caratteristiche
individuanti dell’oggetto, la sua identità in se stessa distinta
e non tale solo rispetto alle identità degli altri oggetti.
Anche se esistesse un unico ente, la sua esistenza non
conterrebbe analiticamente il suo divenire, le sue propensioni e
accidenti. Anche se esistesse un solo paziente, un solo malato,
la ricerca, la diagnosi, la terapia, in una parola sola, la
cura, non riuscirebbero a funzionare a lungo se tenessero
sott’occhi solo l’universalità e non, insieme a questa, e sempre
anche per motivi strettamente scientifici, l’esistenza
individuale del paziente. La cura saprà così “prendersi cura”
del paziente agendo all’interno della distinzione, dello scarto,
tra quest’ultimo e la sua stessa condizione; distinzione
fondamentale per gli esiti stessi della terapia: si tratta di
far fare esperienza al paziente, come minimo, della propria non
identità, della differenza tra sé e la sua condizione patologica
(tutto ciò ritengo sia in linea di principio valevole per
qualunque affezione, ma diviene centrale in una cura quanto più
una condizione è grave e connessa all’identità personale del
paziente, per questo mi sono riferito esemplarmente all’ambito
psichiatrico).
Per far ciò sarà necessario
diventare esperti, scienziati, della eterogeneità dei dettagli
di un individuo in una condizione di malattia, dei suoi segni e
sintomi soggettivi: soggettivi sì, ma non per questo non oggetto
necessario di una scienza medica capace di declinare
l’universale nel particolare. Il paziente sarà così
oggetto-soggetto di un giudizio individuale di una scienza non
autofondantesi, ma costantemente in ascolto della reale
esistenza del suo oggetto e del suo divenire (e nel caso
dell’uomo di un divenire libero).
Il lavoro che ancora c’è da fare
in medicina è quello di sviluppare un “occhio clinico” non più
solo per indovinare una diagnosi, ma per capire la particolarità
di un individuo che costantemente mette in discussione la
diagnosi.
Come diceva Aristotele: “la
scienza misura le cose, ma a ben vedere le cose misurano la
scienza”.