Il Giardino dei piaceri. Epicuro e la felicità.

di Giuseppe D’Acunto

 

Come si sa, sulla figura di Epicuro pesa, da lungo tempo, un giudizio radicalmente negativo: fondamentalmente, gli si rimprovera di aver presentato il piacere – sensualisticamente inteso – come il sommo bene e il fine ultimo della vita umana, ossia come ciò nel cui conseguimento noi attingiamo lo stato di felicità più pieno. Questo giudizio, che sarà accreditato, nella civiltà latina, anche da Orazio e da Cicerone, circolava già presso i contemporanei del filosofo, tant’è che, proprio nella Lettera a Meneceo, egli, sentendosi in dovere di rettificarlo, risponde così ai suoi denigratori:

Quando noi dunque diciamo che il fine è il piacere, non intendiamo i piaceri dei dissoluti e dei gaudenti – come credono certuni, ignoranti o dissidenti o che mal ci comprendono – ma il non soffrire quanto al corpo e il non essere turbati quanto all’anima1.

Per Epicuro, il piacere è sì, dunque, principio (arche) e fine (telos) della vita felice, in quanto è il bene fondamentale e naturalmente congenito per l’essere vivente2, ma esso non degenera mai in puro e semplice edonismo, in quanto consiste nella conquista di quella condizione “beata” caratterizzata dall’assenza di dolore nel corpo (aponia) e di turbamenti nell’anima (ataraxia). E dico conquista non a caso, proprio perché il raggiungimento di un tale stato richiede ripetuto esercizio, nonché educazione all’ascolto di una voce cui noi prestiamo scarsamente attenzione: la voce incorrotta e incontaminata della natura, la quale, ben prima che facciamo ricorso alla ragione, ci indica inconfutabilmente ciò che è buono e qual è il fine ultimo che dobbiamo perseguire3.

In tal senso, il giardino rappresenta, per Epicuro, in posto ideale in cui far sorgere la sua scuola, proprio in quanto «luogo […] della cura amorevole per tutto ciò che la natura offre, per le piante, i fiori, i colori, i legumi, la frutta – cose semplici ma che rendono lieti»4. Attraverso un’educazione di tipo ecologico, era proprio nel giardino che l’anima umana «riscopriva il suo essenziale rapporto con la materia», per cui il più importante insegnamento che la coltivazione di esso impartiva era che «la vita – in tutte le sue forme – è intrinsecamente mortale, e che l’anima umana condivide lo stesso destino di qualsiasi cosa cresca e perisca sopra e dentro la terra».

Quindi il giardino epicureo non fa che corroborare uno dei principi basilari dell’epicureismo: che l’anima umana si presta alla coltivazione morale, spirituale e intellettuale come il giardino a quella organica5.

Si tratta, in sostanza, di riguadagnare quella frugalità e sobrietà che è il tratto tipico dell’età dell’infanzia, quando il bambino non conosce ancora bisogni indotti, ma asseconda solo desideri naturali, quando egli a tal punto è assorbito festosamente dal piacere che al dolore non concede nessun varco per entrare nella sua anima. E proprio questo motivo per cui il bambino funge da modello di felicità per il saggio epicureo è molto originale, dal punto di vista storico, in quando rovescia completamente il giudizio tanto di Platone, che vede il bambino in balia di desideri esclusivamente smodati, quanto di Aristotele, secondo il quale può essere detto felice solo chi dispone dell’uso completo della ragione6.

Al riguardo, ricordiamo che la Lettera a Meneceo inizia proprio dichiarando che la conoscenza della felicità (philosophein) non richiede un’età precisa, nel senso che può coltivarla non solo l’uomo maturo, ma anche il giovane, il quale ne trae così la forza e il nutrimento per prepararsi a non temere il futuro. Come a dire che l’abito della virtù comincia a formarsi già nell’infanzia, così che nelle età successive della vita noi provvediamo solo a consolidarlo. E consolidandolo ne facciamo sempre più un nostro possesso saldo e inalienabile, un luogo in cui la nostra anima può sentirsi finalmente al sicuro, in quanto sottratta al contatto con ogni movimento, proveniente dall’esterno, che la renda vacillante e la perturbi.

Abbiamo così acquisito che il vero piacere di cui parla Epicuro ha un profilo di tipo non cinetico o «“dinamico”, come godimento dei sensi da inseguire per tutta la vita, ma […] “statico”» o, come lui stesso usava dire, “catastematico” (letteralmente: in riposo), coincidente con «la pace dell’animo, l’eliminazione del dolore, il raggiungimento di un equilibrio interiore»7.

Ora, chi ha messo bene in evidenza la grande importanza che rivestono i temi nel cui segno inizia la Lettera a Meneceo è stato Michel Foucault, il quale sottolinea come qui il suo autore argomenti chiaramente tre tesi: 1) filosofare significa prendersi cura della propria anima, 2) prendersi cura della propria anima significa essere felici, nonché 3) praticare un esercizio che non deve mai conoscere interruzioni nella nostra vita. Circa il fatto che, per il giovane, prendersi cura della propria anima significhi, in particolare, «prepararsi a non temere il futuro», egli poi precisa che tutto ciò è pensato come il dotarsi di una vera e propria armatura con cui far fronte a ogni incognita sgradita che possa riservarci l’avvenire8.

Epicuro paragona la conquista dell’imperturbabilità dell’anima a quello stato di assenza di vento in mare detto bonaccia. Quest’ultima, però, non sta per una semplice metafora di calma piatta, ma anzi – proprio come nel Fedone di Platone – per quel momento in cui l’imbarcazione, non potendo più contare nel favore di una spinta esterna che la muova, deve far affidamento solo nelle forze dei suoi marinai.

E arriviamo così al motivo per cui la piena libertà del saggio consiste nell’essere interamente padroni di se stessi (autarkeia), nel discernere e nel ponderare, di volta in volta, che cosa a noi è più utile in vista del mantenimento della massima stabilità esistenziale. Momento, questo, che coincide con l’assunzione più radicale della nostra finitezza, in quanto, scoprendo con la ragione che i veri bisogni sono pochi e limitati, prendiamo anche coscienza del fatto che non ci serve a niente disporre di un tempo illimitato per goderne.

Dominare il tempo è, […] per Epicuro, essenziale per la felicità, che solo nella stabilità diventa perfetta9.

Qui, si fa particolarmente chiaro come la stabilità che deriva dall’aver acquisito un dominio sul tempo significhi disporre della capacità di dislocare la nostra mente. Stornandola dall’area colpita attualmente dal dolore e dirigendola, all’occorrenza, verso il passato o il futuro, noi così non le facciamo perdere la sua innata sensibilità alla gioia, ma provvediamo affinché essa si sviluppi nel ricordo oppure nell’aspettativa10.

Parlavamo del modello di felicità che, per il saggio epicureo, è rappresentato dal bambino. Ebbene, non è l’unico, perché ce n’è un altro cui egli deve rifarsi: la vita eterna e infinita che gli dei conducono lassù. Quest’ultima, fungendo da polo di orientamento finale per l’azione virtuosa, ci porge esempi compiuti e sommamente perfetti di essa: esempi che noi dobbiamo sforzarci il più possibile di attualizzare11. Se, infatti, la felicità è ciò che ci «rende migliori», prendere a modello la vita degli dei, ossia il massimo grado in cui la prima si esplica, non significa altro che conformarsi, per quanto più si è capaci, all’«ordine naturale dei doveri»12.

Fra l’altro, proprio la presa di coscienza dei limiti strutturali che ci affliggono, dovuta al fatto che il modo di vita degli dei ci appare come una soglia, da noi, infinitamente distante, produce il primo effetto benefico nella terapia di cura della nostra anima: sgombrando il campo da ogni rappresentazione antropomorfica di essi, ci liberiamo anche dalla paura che possano interferire minacciosamente nelle faccende umane, infliggendoci un carico doloroso di pene e di punizioni.

Fra le virtù il cui esercizio assolve il compito di promuovere la felicità ce n’è una che, per Epicuro, più di tutte lo fa: l’amicizia (philia).

L’amicizia tutta intorno trascorre la terra, lanciando a noi tutti l’appello di destarci all’encomio della felicità13.

Essa è stata il principio nel cui segno era organizzata la sua scuola filosofica, la quale, rifiutandosi di avere un carattere aristocratico, voleva presentarsi, piuttosto, come una comunità di amici, aperta a tutti, al di là del ceto e del livello di istruzione, perfino alle donne e agli schiavi14. Se, infatti, la «prudenza (phronesis)» è «origine di tutte le altre virtù»15, ebbene, una condizione necessaria affinché la prima si esplichi in tutta la sua ampiezza è data proprio dalla benevolenza e dall’affetto degli altri.

Di tutti i beni che la saggezza (sophia) ci porge per la felicità di tutta la vita, sommo sopra ogni altro è l’acquisto dell’amicizia16.

Non solo, ma, rispetto alla stessa sophia, l’amicizia è, addirittura, superiore:

bene mortale l’una, l’altra immortale17.

Sul tema dell’amicizia, in Epicuro, delle riflessioni molto puntuali le ha svolte, ancora una volta, Foucault, il quale la riconduce al motivo più generale della cura di sé. Muovendo dal fatto che «l’amicizia è desiderabile solo in quanto essa fa parte della felicità», si solleva così il problema di che cosa debba intendersi propriamente per quest’ultima. Ebbene, visto che la felicità non è altro che «la certezza di essere […] indipendenti rispetto ai mali», tale indipendenza ci viene assicurata da un certo numero di cose, tra le quali la fiducia che dai nostri amici noi possiamo ricevere, all’occorrenza, aiuto18.

La saggezza si circonda di amici, e questo proprio perché essendo l’obiettivo fondamentale della saggezza quello di mettere stabilmente l’anima […] in uno stato che dipende dall’atarassia, vale a dire dall’assenza di turbamenti, potremo trovare negli amici, e nel fatto di poter confidare nella loro amicizia, una delle garanzie della stessa atarassia e della stessa assenza di turbamento. […] [In tal modo,] nella concezione epicurea dell’amicizia viene rispettato e mantenuto, fino in fondo, il principio secondo il quale nell’amicizia non si cerca altro che se stessi, o comunque la propria felicità. L’amicizia […] continua a fare integralmente parte dell’ordine della cura di sé, perché è proprio in funzione della cura di sé che bisogna avere degli amici19.

Felicità come prendersi cura di sé, della propria anima e ciò ininterrottamente, nonché in una maniera tale che deve rifrangersi in ogni nostro modo d’essere e comportamento: è questa, dunque, la prima e ultima parola dell’insegnamento di Epicuro.

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1 Epicuro, Lettera a Meneceo, in Id., Opere, Frammenti, Testimonianze sulla sua vita, a cura di G. Giannantoni, Laterza, Roma-Bari 2003, pp. 31-35: p. 34.

2 A. Pellegrino, nell’Introduzione all’ed. it., da lui curata, della Lettera sulla felicità, Einaudi, Torino 2012, pp. V-XV, scrive che Epicuro indica il piacere come principio e fine della vita felice, perché, per l’uomo, come «in principio è il piacere», così egli «tende istintivamente a mantenere il suo stato naturale di benessere» (p. VII). Sul piacere, in Epicuro, come una cosa che «non è […] diversa dalla vita», anzi, «è la nostra stessa vita», cfr. anche J. Fallot, Il piacere e la morte nella filosofia di Epicuro, tr. it. di A. Marietti Solmi, Einaudi, Torino 1977, p. 7.

3 Sull’ataraxia, in Epicuro, come «uno stato d’animo da coltivare, per raggiungere il quale sono necessarie una disciplina e un’educazione sistematiche», cfr. R. P. Harrison, Giardini. Riflessioni sulla condizione umana, tr. it. di M. Matullo e V. Nicolì, Fazi, Roma 2009, p. 90 (cap. 7: «Il Giardino di Epicuro», pp. 87-99). Non a caso, Pierre Hadot, colui che ha individuato negli “esercizi spirituali” la cifra inconfondibile della filosofia antica (cfr. Esercizi spirituali e filosofia antica, a cura di A. I. Davidson, tr. it. di A. M. Marietti, Einaudi, Torino 20052), ha indicato, proprio nella Lettera a Meneceo di Epicuro, il testo che illustra in modo più semplice e chiaro l’idea, prima greca e poi romana, della filosofia come modo di vivere (cfr. La filosofia come modo di vivere. Conversazioni con J. Carlier e A. I. Davidson, tr. it. di A. C. Peduzzi e L. Cremonesi, Einaudi, Torino 2008, p. 187).

4 S. Maso, Il giardino/porcile di Epicuro, in «Lexis. Poetica, retorica e comunicazione nella tradizione classica», 1993, n. 11, pp. 135-150: p. 136.

5 R. P. Harrison, Giardini, cit., p. 90.

6 Cfr. F. De Luise – G. Farinetti, Storia della felicità. Gli antichi e i moderni, Einaudi, Torino 2001, pp. 110-111.

7 R. Radice, Epicuro, RCS MediaGroup, Milano 2014, p. 19. A proposito della distinzione qui in gioco, scrive A. Lambertino, Valore e piacere. Itinerari teoretici, Vita e Pensiero, Milano 2001: «Mentre il piacere “cinetico” è l’atto momentaneo della soddisfazione del bisogno, il piacere “catastematico” è lo stato di appagamento, in cui soltanto si ha completa rimozione del dolore. Il massimo piacere insorge non già nell’eccitazione, ma nello status di diseccitazione; è posto lì dove il desiderio, non già è più intenso, ma si è completamente placato» (p. 49).

8 Cfr. M. Foucault, Lermeneutica del soggetto. Corso al Collège de France (1981-1982), a cura di F. Gros, tr. it. di M. Bertani, Feltrinelli, Milano 2003, pp. 78, 85 e 212. Per la tesi secondo cui la Lettera a Meneceo di Epicuro sarebbe imperniata su un’idea della filosofia intesa come un «esercizio permanente della cura di sé», cfr. anche M. Foucault, La cura di sé, tr. it. di L. Guarino, Feltrinelli, Milano 1991, p. 49.

9 F. De Luise – G. Farinetti, Storia della felicità, cit., p. 116.

10 Cfr. ivi, p. 118.

11 Al riguardo, C. Horn, Larte di vivere nellantichità. Felicità e morale da Socrate ai neoplatonici, ed. it. a cura di E. Spinelli, Carocci, Roma 2004, scrive quanto segue: «La funzione degli dei epicurei consiste, in particolar modo, nell’essere modelli esemplari di quella condizione che il discepolo epicureo spera, a poco a poco, di raggiungere: l’atarassia» (p. 93). Circa il fatto che in questo voler essere «makar, “beato”, come sono “beati” gli dei che sempre sono», sta «la sfida più alta e l’obbiettivo più estremo» che viene perseguito da Epicuro e da tutti i filosofi antichi, cfr. D. Susanetti, Introduzione a La felicità degli antichi. Idee e immagini di una buona vita, a cura di D. Susanetti, Feltrinelli, Milano 2018, p. 15.

12 J. Fallot, Il piacere e la morte nella filosofia di Epicuro, cit., p. 9.

13 Epicuro, Sentenze Vaticane [LII], in Id., Opere, Frammenti, Testimonianze sulla sua vita, cit., p. 87.

14 «I discepoli di Epicuro nell’antichità non hanno mai avuto altri nomi che “i suoi amici”»; «la morale di Epicuro è una teoria e un elogio dell’amicizia»: una vera e propria «filosofia degli amici». Cfr. J. Fallot, Il piacere e la morte nella filosofia di Epicuro, cit., pp. 37-38. Diogene Laerzio, Vite dei filosofi (L. X), a cura di M. Gigante, Laterza, Roma-Bari 1975, scrive che Epicuro ebbe in vita un numero di amici tale che «non potrebbero essere rintracciati e contati in intere città» (p. 403). Infine, circa il fatto che il Giardino di Epicuro è «la prima scuola [dell’antichità] a godere di quella che oggi definiremmo “libertà accademica”», cfr. R. P. Harrison, Giardini, cit., p. 88.

15 Epicuro, Lettera a Meneceo, cit., p. 34. E lo è proprio in quanto essa permette «un giusto discernimento dei piaceri e dei dolori», come scrive anche F. Lenoir, La felicità. Un viaggio filosofico, tr. it. di A. M. Lorusso, Bompiani, Milano 2014, p. 48.

16 Epicuro, Massime capitali [XXVII], in Id., Opere, Frammenti, Testimonianze sulla sua vita, cit., p. 39.

17 Epicuro, Sentenze Vaticane [LXXVIII], in ivi, p. 89.

18 Una delle Sentenze Vaticane [XXXIV] recita, infatti, così: «Non tanto ci occorre aiuto dagli amici, quanto confidare del loro aiuto» (ivi, p. 85).

19 M. Foucault, Lermeneutica del soggetto, cit., pp. 172-173. Circa il fatto che filosofare, per Epicuro, «significa ricercare la felicità vivendo assieme in amicizia», cfr. M. Gigante, Il giardino epicureo, Prospettiva edizioni, Roma 2008, p. 8. Su questo punto, cfr. anche J-F. Duvernoy, Épicure. La construction de la félicité, Ousia, Bruxelles 2005.

Memorie, atmosfere e alienazione nelle opere di Sidival Fila

di ANNALISA DI DOMENICO

 

Il 26 novembre 2018 è stata inaugurata la mostra di Sidival Fila alla Gallerja di Roma – via della Lupa (Fontanella Borghese). Questa è stata l’occasione per porre qualche domanda all’artista, con il quale abbiamo cercato di far dialogare, in modo originale, arte e filosofia.

Sarà possibile vistare la mostra fino al 19 gennaio 2019.

 

Il 26 novembre 2018 è stata inaugurata la mostra di Sidival Fila alla Gallerja di Roma – via della Lupa (Fontanella Borghese). Questa è stata l’occasione per porre qualche domanda all’artista, con il quale abbiamo cercato di far dialogare arte e filosofia. Infatti, proprio la filosofia sembra un’utile alleata per restituire all’arte nuove grammatiche di senso, anche se i lavori di Sidival non sono nuovi a questo incontro. Già la sua mostra “Prospettive relative” – Palazzo Ducale di Sassuolo – è stata inserita nel Festival della Filosofia 2018 con il tema: “Verità”. Guardando le opere di Sidival, diversi sono i filosofi che entrano con forza in contatto con le sue azioni ma, in particolare, sono James Hillman, Jernot Bohme e Ernst Cassirer, i tre i pensatori contemporanei che sento essere perfettamente in linea con l’animo del nostro artista e che ci aiuteranno ad entrare in relazione con il significato profondo delle sue opere.

 

J. Hillman è autore del L’anima dei luoghi, un dialogo con Carlo Truppi, in cui si parla della capacità dei luoghi di mantenere la memoria degli uomini che li hanno vissuti, e lo stesso vale per gli oggetti. La materia che utilizzi ha una forte capacità di essere medium di questa memoria?

Sì, la materia ha la capacità di accumulare informazioni e ciò è stato confermato anche dalla fisica quantistica. Nel tempo e nello spazio gli oggetti riescono ad immagazzinare un vissuto e noi siamo in grado, anche inconsciamente, di decodificare, di concepire questo operare perpetuo. Riusciamo a comprendere le informazioni che il tempo lascia impresse nella materia. Quando ti trovi di fronte ad un tessuto antico e usato da tante persone, in quella materia, anche logorata come nei tessuti di trecento anni, è impresso un vissuto e ciò crea una potenzialità: quella materia usata e consumata, divenuta nel tempo è capace di trasformarsi e di portare emozioni. Quando prendo un oggetto o un tessuto di questo tipo, non voglio fare troppi interventi, cerco solo di metterlo in condizione di parlare. È questa l’idea di fondo: mettere l’oggetto nella condizione di comunicarsi. Il messaggio, per la maggior parte del contenuto, è dovuto all’oggetto stesso, che io possa aggiungere significati operando tensioni o sospensioni a seconda della mia sensibilità, in fondo è quell’oggetto che si sta raccontando.

 

In Atmosfere, estesi e messe in scena, J. Bohme afferma che l’oggetto percettivo primario sia l’atmosfera: la percezione delle cose dipende dal loro essere calate in situazioni specifiche, che ne definisce le possibilità. Uno stesso oggetto immerso in atmosfere diverse viene percepito come un oggetto diverso. Sidival, tu lavori nella famosa “torretta” del convento di San Bonaventura al Palatino – Roma – situato tra il Colosseo e il Foro Romano, queste atmosfere quanto condizionano e si imprimono nel tuo “vedere” e nelle tue opere?

Spesso, mi dicono “Tu lavori in un posto particolare, affacciandoti dalla finestra del tuo studio puoi trovare ispirazione”. Non è che trovi ispirazione da ciò che vedo, ma ciò che vedo mi educa al bello. In una sorta di pedagogia della natura, di una pedagogia di ciò che hanno fatto coloro che mi hanno preceduto e che mi arriva guardando queste mura, queste rovine, questi paesaggi che, volente o nolente, si imprimono nella mia mente e diventano parte del mio patrimonio culturale e della mia sensibilità. Osservando ciò che mi circonda, io acquisisco un “gusto”. Il nostro compito è quello di imparare da ciò che è intorno a noi, perché non c’è niente di nuovo nell’arte come nell’umano. Noi riproduciamo la natura, significhiamo e ri-significhiamo la natura partendo da ciò che facciamo.

Ogni oggetto in una particolare atmosfera può significare altro, può essere visto diversamente. L’atmosfera è importante proprio per fruire l’opera e lo spazio può dare una particolare atmosfera. L’opera non è percepibile se non inserita nel giusto spazio perché non è possibile astrarla da tutto il resto. L’atmosfera è data dallo spazio e dall’opera e anche qui, lo spazio diventa pedagogo e conduce la persona all’opera. Nella mia mostra al Palazzo Ducale di Sassuolo, ho dovuto trovare un equilibrio tra gli interni già affrescati e le mie opere, senza mai far entrare questi due elementi in competizione. L’equilibrio è anche saper sparire nello spazio, perché se tu vuoi vincerlo, quello stesso spazio può schiacciarti, se invece sei generoso e rispetti lo spazio che ti ospita, allora l’opera può emergere secondo le sue potenzialità.

 

L’ultimo filosofo con cui vorrei ti confrontassi è E. Cassirer e la sua Filosofia delle forme simboliche, dove si parla dell’alienazione della cultura. Se privata di una logica comune, l’arte – e la cultura in generale – invece di essere uno strumento di auto-liberazione, diventa per l’uomo: alienazione. Non ti chiedo di spiegarci le tue opere, ma vorrei chiederti di fornirci dei fondamenti utili a comprendere meglio il tuo lavoro.

L’oggetto per il suo vissuto è ancora capace di parlare con il contemporaneo, ad andare incontro a ciò che è veramente umano. In una cultura ipertecnologica come la nostra c’è quasi nostalgia del fatto a mano, del manuale, dell’antico. Anche se noi in fondo quasi disprezziamo la materia, una camicia lisa la si butta, senza che ci si renda conto di cosa significhi veramente piantare, coltivare, tessere la materia. Noi compriamo e consumiamo. Con le mie opere, le persone ricontattano una dimensione che è tipicamente umana, rispetto ad una tecnica che schiaccia: una sorta di rigurgito della tecnica di cui l’uomo sente l’esigenza. Soprattutto i giovani, così assuefatti da un eccesso di prodotti, in fondo sentono la nostalgia del vecchio, dello strappo, del logoro, come vediamo dalle mode, perché questo li riporta all’umano. Definisco la mia opera “ontica” proprio perché è l’oggetto che si racconta per quello che è in quanto oggetto, anche se poi nell’opera può crearsi un valore diverso. Per comprendere le mie opere non bisogna dare un significato “altro”, ma è necessario soltanto “mettersi in ascolto”.

Considerazioni su Nudge e su problematiche circa il capitalismo e l’etica

Di Lorenzo Boirivant e Stefano Marielli.

Roma 26/09/2018.

 

Nudge.

Prefazione:

Parlare di un libro in generale non è un compito facile. Tantomeno parlare di un libro insigne di un premio Nobel per l’economia. Sicuramente sono tanti gli aspetti da prendere in considerazione e potrebbe essere un compito più difficile del previsto: tante sono le idee e difficile è il modo per organizzare una recensione che non scada nella banalità, nell’ovvietà del sentito dire e nelle parole di inutili sofismi basati sulla retorica… Senza che poi venga fuori nulla di concreto. Per affrontare questo compito attingerò sì alle mie conoscenze e opinioni per rendere il lavoro sicuramente personale -e non solo una raccolta di pareri altrui- ma confronterò le mie idee con altre senza escludere una sorta di ideale popolare che oggi si esprime nelle recensioni di chi, come me, ha acquistato il libro su Amazon (quale modo migliore per sapere che ne pensa un comune lettore?), prendendo anche in considerazione anche il parere di chi scrive su giornali come il N.Y.Times.

Opinioni personali:

Parlando di Nudge a lezione, mi sono incuriosito sia per l’attualità dei temi affrontati nel libro, sia per il modo con cui tali temi vengono affrontati. Ho deciso di acquistare il libro e ho iniziato a leggere. L’impressione che fornisce il testo è quella di essere basato su esempi di studi sociologici e psicologici per fornire una spiegazione ai nostri comportamenti quotidiani: dalla scelta di quale operatore telefonico preferire alla scelta di come investire i nostri soldi. Nudge significa “spintarella” ovvero l’aiuto che le multinazionali e gli stati danno, usando un linguaggio che arriva all’inconscio, oltrepassando le barriere dell’IO vigile per indurci ad assumere alcuni comportamenti piuttosto che altri, per fare delle scelte piuttosto che altre. Conseguenze ovvie di tali scelte sono i risvolti economici analizzati nel libro. Il tono è informale e per essere un saggio la lettura non è per niente noiosa. Si propone come un libro prima di tutto utile a chi lo legge, come recita la copertina: “la nuova strategia su come migliorare le nostre scelte in fatto di denaro salute e felicità”, e in effetti, la spiegazione dei meccanismi dietro a una realtà capitalistica e globalizzata come la nostra attraverso una moltitudine di esempi del vivere comune avviene piuttosto bene, l’impressione dopo le prime pagine è quella che è un libro che ti fa pensare.

Ma riesce a migliorare veramente la nostra vita?

È forse un libro fin troppo pretensioso: a mio avviso non si possono spiegare i comportamenti umani sulle scelte economiche solo alla luce di patterns mutuati dalla sociologia trascurando gli aspetti più importanti e significativi che si trovano dietro tali discorsi e tantomeno pensare di centrare la mission proposta in copertina parlando solo (o quasi) di sociologia. È pacifico che un libro che si propone di aiutare le persone ad essere felici non possa farlo solo attraverso gli studi meramente scientifici e perdendo il contenuto morale e filosofico. Tuttavia è interessante la visione di insieme come descrizione sociologica, c’è da riconoscere quindi che è una precisa descrizione di una realtà molto complessa; ma manca di una vera sostanza e della capacità di interrogarsi su temi che avrebbero dato maggiore spessore ad un libro premio Nobel.

Le teorie avanzate nel libro sono poche, ma molto efficaci, i concetti alla base sono:

La teoria degli Econi contrapposti agli umani:

Gli Econi sono esseri in grado di compiere scelte perfette, non influenzati dalla parte irrazionale che caratterizza gli umani. Sono invenzioni degli autori che vengono presi come esempio in contrapposizione al comportamento umano per aiutare il lettore a capire quale sarebbe stata la scelta giusta da compiere in determinate situazioni. Si potrebbe parlare per ore se gli Econi, perfettamente razionali, siano effettivamente da considerare esempi da prendere in considerazione dato che tra loro e noi umani la differenza sta “solo” nella nostra fallacia.

La teoria del paternalismo libertario:

Il paternalismo libertario è invece un nome volutamente ossimorico che gli autori danno al sistema di induzione delle scelte basato sulla leva psicologica di come ci viene posto il modo di compierle. Nel paternalismo libertario non vengono negate le possibilità di scelta (aspetto libertario) ma vengono indotte le scelte “giuste” (da qui l’aspetto paternalistico appunto). La posizione degli autori su questo sistema è chiara: viene giustificato e appoggiato nel caso in cui vengono indotte scelte di buon senso corrette, ma non viene mai condannato quando viene usato per indurre scelte precise di mercato. In sostanza gli autori si limitano a parlare del sistema dando per scontato che funzioni in questo modo, astenendosi da ogni giudizio sullo stesso.

Tuttavia è un libro che piace….

-Immancabile per gli appassionati di materie economiche, Lettura scorrevole, molti esempi chiari e pertinenti, per certi versi avvincente. La tematica di fondo sembra ostica ma grazie ad una struttura molto discorsiva diventa fluente e comprensibile anche a non addetti. Ottimo acquisto- da recensione Amazon.

-Consiglio a tutti la lettura di questo libro che illustra in maniera chiara e comprensibile a tutti il funzionamento della nostra mente. E con rassegnazione ci costringe ad ammettere di essere molto meno razionale di questo crediamo di essere e vorremmo essere…- da recensione Amazon.

Piace al lettore medio italiano. Le recensioni su Amazon parlano chiaro: chi legge, oltre ad essere intrattenuto dal tono incalzante, ha la percezione di saperne di più e di riuscire ad evitare le fregature… una sorta di sentimento di rivalsa –tanto in voga in questo periodo- motivato forse, volendo usare un tono ironico, dal rancore contro i cattivi affari che i centralinisti delle aziende di servizi internet e telefonici propongono ogni giorno… Un piccolo esempio: mi è capitato di ricevere nel recente periodo di indecisione e instabilità politica diverse chiamate da centralinisti di piccole aziende di trading online: mi assicuravano guadagni straordinari. Pare assurdo pensare che si possa fare soldi investendo in borsa in un periodo come quello degli ultimi giorni di maggio 2018, dove, come indicatore del pericolo degli investimenti in eurozona, avevamo il dollaro che si rafforzava giorno per giorno rispetto all’euro… Eppure c’è stato chi sicuramente avrà sacrificato i propri risparmi nella speranza di fare affari, magari invogliato dal tono di qualche centralinista che è capace di ottenere la tua fiducia dandoti del lei e chiamandoti per nome. Una semplice tecnica di vendita alla Jordan Belfort.

Ma piace anche ai giornalisti, partendo dal presupposto che fotografa molto bene una realtà americana anche a volte differente dalla nostra, il giornalista Benjamin M. Friedman scrive sul New York Times: “The conceptual argument is powerful, and most of the authors’ suggestions are common sense at its best­­”.

Riflessioni Umani-Econi: una visione più moderata:

Nota: Perché una visione più moderata? Come accennato prima, questo testo nasce dal lavoro congiunto di noi studenti, è quindi giusto che, in ambito di opinioni personali, vengano riportate le visioni di entrambi gli autori, anche se divergenti, non nel tentativo di creare confusione ma cercando di dare il nostro contributo per uno spunto di riflessione più ampio.

Il libro contrappone gli Umani, ovvero le persone, gli esseri umani con tutti i loro sbagli, agli Econi, come vengono chiamati in questo libro, ovvero gli economisti perfetti che non incorrono mai in errori. L’ aspetto importante da analizzare è che l’essere umano, con tutti i suoi errori, deve far fronte ai problemi della vita, da quelli più semplici a quelli più complessi, il più delle volte sbagliando anche nelle scelte banali.

Il problema è che senza nessun aiuto, senza nessun pungolo, tutte le persone andrebbero allo sbando perché l’essere umano è fragile. Un esempio banalissimo, ma che ci fa capire ciò, è il fumo e l’alcol che tendono a rovinare, nella maggior parte dei casi, le persone ma nonostante questo nessuno sembra essere consapevole di ciò a cui va incontro per poterlo capire in tempo senza mettere a repentaglio la propria vita.

Troppo spesso gli Umani ricorrono ad aiuti esterni, come un personal trainer per dimagrire, per stare in salute, quando hanno tutte le carte in regola e i mezzi per far in modo che ciò avvenga senza aiuti, senza spintarelle. Del resto però è cosi: il mondo va avanti con tutte le fragilità dell’essere umano che spesso sbaglia perché non riflette abbastanza e non dedica il tempo necessario alle scelte, più o meno importanti, che compie quotidianamente.

Nulla di troppo invadente, ma poiché spesso gli Umani perdono la rotta, vanno solo riportati nella giusta direzione; un po’ come una nave che deve affrontare un tragitto per arrivare a destinazione: la rotta non potrà mai essere tranquilla e lineare per svariati motivi, dal mare al tempo, ma con le dovute attenzioni e puntando verso la destinazione, come per le persone intente a raggiungere un obiettivo prefissato, nessun problema irrisolvibile potrà presentarsi lungo la rotta, oppure, se come spesso accade questo si presenta, bisogna essere pronti ad affrontarlo senza perdere la rotta. La cosa più bella e soddisfacente, penso per tutti, è affrontare il problema, perché no, se serve anche con un pungolo, una spintarella semplice, ma che può essere determinante per risolvere un problema, perché, in fin dei conti, sono le piccole cose a rendere l’individuo migliore, che a fine della giornata, nel letto possa dire veramente di essersi tenuto in rotta, in rotta verso il suo obiettivo di vita che sicuramente lo farà star bene.

Bisogna considerare il paternalismo libertario perché gli individui devono essere liberi di fare come credono ma vanno pungolati perché spesso tendono a sbagliare; per questo, come viene asserito nel libro, vanno aiutati con dei pungoli, con delle spintarelle, per riportarli nella giusta direzione.

A mio parere, le “spintarelle” sono necessarie se in grado di riportare l’essere umano a ragionare e quindi a compiere le scelte più giuste per la sua vita, ma se tutti noi fossimo più decisi e determinati potremmo avere la capacità di darcele da soli le spintarelle, capendo e ragionando sulla nostra vita, sulle nostre scelte e provare quindi molta più soddisfazione nei conseguimenti degli obiettivi. Tutto ciò sembra assurdo ma spesso gran parte degli esseri umani dimentica lungo la strada le basi, le piccole cose che rendono grande l’individuo.

È giusto che ognuno di noi capisca quando è necessario un pungolo, ma sarebbe molto importante che il più delle volte fossimo in grado di agire in autonomia e che quindi fossimo capaci di darci da soli queste spintarelle.

Certo, questo sarebbe fantastico, ma noi tutti sappiamo che così non può essere perché l’essere umano è fragile e nella maggior parte dei casi non è autonomo. È proprio nell’indecisione degli umani a compiere le scelte che entra in gioco l’economista. Tutte le strategie di marketing infatti, con annesso guadagno, vanno ad attaccare e a puntare sulle fragilità degli esseri umani.

A mio parere, quindi, non bisogna essere a favore del paternalismo liberario ed accettare le spintarelle per migliorare la nostra vita, come ci dice Sunstain nel libro, ma fare in modo di darci da soli queste spintarelle ed arrivare a darle agli Umani perché, avendo scelto come corso di studi economia ed essendomi appassionato a questo mondo, non posso andare contro quelle che è la regola del marketing principale: “la spintarella” ossia portare degli Umani in una determinata direzione.

Conclusione:

Tutti giudizi che hanno come comune denominatore l’attributo della superficialità e che non tengono conto di quanto sia importante al giorno d’oggi con un mondo che si evolve alla velocità della luce e con le possibilità di scelta si moltiplicano esponenzialmente poter fare chiarezza nell’universo delle possibili scelte in maniera autonoma, senza aver bisogno di un pungolo esterno. La realtà descritta da Nudge è una realtà complessa di cui con alcuni esempi si possono cogliere le caratteristiche generali e che in un certo senso può pure essere d’aiuto, ma la complessità della realtà non può essere spiegata solo con esempi senza renderci conto di quale sia la direzione verso la quale ci stiamo muovendo e di come le scelte di chi si trova a dover scegliere un semplice contratto telefonico siano sempre più indotte tramite spintarelle e di come sia sempre più difficile saper decidere cosa è veramente meglio per noi in autonomia. Forse il rimedio di Nudge a questa realtà così caotica è quello di diventare Econi perfettamente sapienti in economia finanziaria, e capaci quindi automaticamente di saper scegliere dove e quando investire autonomamente i nostri soldi: prospettiva irrealizzabile in quanto siamo semplicemente esseri umani, e non potremmo essere diversamente. Si perde quindi a mio avviso la dimensione umana a favore di una dimensione standardizzata e standardizzante nella visione di vedere la realtà che ci circonda, dando quindi maggiore peso a ciò che troviamo sulla nostra via, quello che ci capita, rispetto al valore di chi siamo.

 

Giuseppe de Rita.

L’interpretazione della realtà è una cosa difficile. Thaler e Sunstain sono riusciti con il loro libro a fotografare una realtà molto complessa, quella americana. A prescindere dalle critiche di aspetto etico e filosofico fatte su Nudge, la fotografia della realtà è ciò che più ha appassionato il dottor Giuseppe De Rita, presidente onorario del Censis. Siamo venuti a contatto con Lui in un incontro organizzato dall’Università Europea di Roma e grazie a tale incontro ora possiamo dire di avere un termine di confronto con chi si occupa di descrivere la realtà. L’intelligenza del dottor De Rita infatti si applica non solo sulla mera descrizione scientifica dei fatti tramite dati statistici (nel caso di Nudge di studi sociologici) ma attraverso una profonda e significativa interpretazione di tali fatti.

Il presidente del Censis quest’anno ha scritto un libro intitolato “Dappertutto e rasoterra”, un agile saggio innovativo nel lessico e con metafore memorabili che si occupa dei processi sociali di lunga durata e che raccoglie in un testo completo le considerazioni scritte nell’arco di mezzo secolo. Scorrono tra le pagine gli anni della contestazione e del terrorismo, il sommerso e l’esplosione della piccola impresa, la crescita del ceto medio e la vitalità di una società “molecolare” il cui sviluppo si è propagato “dappertutto e rasoterra” tra la fine di un secolo e l’inizio di quello nuovo. De Rita in questo libro si occupa di descrivere la realtà italiana, una realtà capillare formata da moltissime piccole e medie imprese che operano sul territorio nonostante le note difficoltà con le quali gli imprenditori italiani si trovano fare i conti. Imprese che rappresentano l’eccellenza del Made in Italy, portatrici del genio italiano nel mondo.

Quello che vogliamo sottolineare infatti è proprio la differenza tra grandi realtà, grandi imprese americane di cui il libro “La spinta gentile” ci parla, e le piccole e medie realtà di cui tutta l’Italia ne è piena e questo il dottor De Rita lo sa benissimo grazie alla sua voglia di scoprire, di raccontare la nostra realtà ben lontana da quella americana. Un esempio calzante per descrivere questa differenza sta proprio nelle scelte degli esseri umani, sempre più spesso deviate e indirizzate verso le grandi realtà americane, mettendo in ombra ciò che veramente è nostro. Questo di cui sto parlando è sotto gli occhi di tutti ma soprattutto sotto i nostri occhi considerando che sia i miei genitori che quelli di Lorenzo hanno delle attività commerciali che oggi purtroppo vengono messe sempre più in difficoltà da queste grandi realtà e dalla competitività delle grandi aziende consolidate.

Infatti è proprio da qui che continuiamo il nostro percorso interdisciplinare, con la riscoperta della realtà italiana, con un imprenditore che dal nulla ha messo su un’azienda che oggi è quotata in borsa ed è conosciuta in tutto il mondo: Brunello Cucinelli.

 

Brunello Cucinelli.

Innanzitutto penso sia doveroso dire due parole sulla biografia di Brunello Cucinelli:

Nasce a Castel Rigone (PG) nel ’53; Cavaliere del lavoro e Laurea Honoris Causa in filosofia e etica nei rapporti umani conferita dall’Università degli Studi di Perugia. Imprenditore del cashmere, secondo l’agenzia Bloomberg ha raggiunto lo status di miliardario il 9 maggio 2013, con il possesso del 65% delle quote della sua società, un pacchetto azionario valutato circa 947 milioni di dollari, che arriva a un valore totale di 1,5 miliardi di dollari se si considera la capitalizzazione di mercato della sua compagnia quotata alla Borsa di Milano. A seguito del terremoto del 26 ottobre 2016, che ha colpito gravemente il Centro Italia, Cucinelli si è detto pronto a ricostruire – con la sua fondazione – il monastero annesso alla chiesa crollata di Norcia; l’imprenditore ha dichiarato: «Dopo questa catastrofe, anche la regola benedettina ritroverà nuovo slancio». Ha inoltre definito Norcia «la città dell’anima», identificandola come sua città di riferimento spirituale.

La sua azienda è quindi una casa di moda che si occupa principalmente di maglieria in cachemire.

Ecco alcuni dati di cronostoria:

1978: nasce l’impresa. Inizia la produzione di maglieria da donna in cashmere colorato.

1985: acquisizione del castello trecentesco di Solomeo, piccolo borgo alle porte di Perugia dove, nel 1987 (dopo due anni di restauri) viene trasferita la sede dell’impresa.

1994: prima collezione uomo a marchio Brunello Cucinelli e primo negozio monomarca a Porto Cervo.

2002: l’azienda inizia una strategia di sviluppo tramite l’apertura di negozi monomarca posizionati nelle principali capitali mondiali e nelle più esclusive località resort.

2012: quotazione presso la Borsa Italiana.

Ma oltre a questi dati, significativi ma solamente economici, l’azienda si occupa da sempre di valorizzazione del territorio e del paesaggio e di cultura, con l’omonima fondazione specialmente finalizzata ad iniziative culturali pertinenti all’ideale etico ed umanistico, con pubblicazione di saggi e studi specialistici, istituzione di borse di studio, corsi di aggiornamento e di formazione culturale.

Fonte: Wikipedia.

Ma la sua azienda e la sua filosofia di vita, perché, seppur contrapposte così duramente alle logiche capitaliste, riescono a creare un’azienda solida e con utili che riesce a crescere e ad essere uno dei brand più ricercati nel settore del cachemire e dell’abbigliamento di alta moda?

Nel contesto del nostro progetto abbiamo provato a contattare il dottor Cucinelli per potergli chiedere un incontro utile a farci un’idea, un po’ più da vicino, del come si possa essere allo stesso tempo imprenditori di successo ma anche filosofi. Ad oggi, speranzosi che l’incontro ci venga accordato e in attesa del suo riscontro, abbiamo ricavato tramite Internet alcune preziose informazioni sul Dott. Cucinelli che utilizzeremo per poter argomentare questa terza parte.

Aggiornamento:

Abbiamo ricevuto, in tempi abbastanza brevi, una risposta da Laura Castignani, dell’ufficio comunicazioni, che ci informava, con il testo citato sotto, che Brunello Cucinelli per policy non può concedere incontri relativi alle loro politiche aziendali.

Testo email: “Gentile Lorenzo, la ringraziamo per la sua email e per l’interesse mostrato verso la nostra realtà. Purtroppo non possiamo dare seguito alla sua richiesta in quanto, per policy, i nostri responsabili, Brunello Cucinelli incluso, e dipendenti non sono autorizzati a concedere interviste dirette o a rispondere a questionari. Il motivo di questa decisione sta nel fatto che dall’aprile 2012, cioè dalla quotazione in Borsa della Brunello Cucinelli S.p.a., le restrizioni poste sulla divulgazione di politiche, strategie e informazioni interne all’azienda sono divenute più rigide, anche al fine di tutelare i nostri investitori. Le notizie, che al momento sono disponibili, sono facilmente consultabili al nostro sito internet e in particolare alla sezione investor.”

 Resto a disposizione per ulteriori chiarimenti.

 Cordialmente,

 Laura Castignani”.

 

 

Il Capitalismo umanistico

La risposta si trova nel “capitalismo umanistico”, che prevede orari di lavoro limitati per i dipendenti e continui investimenti per migliorare la vita nel paesino umbro che ospita la società. Brunello Cucinelli, ad esempio, vuole che i suoi impiegati finiscano il lavoro alle cinque e mezza e non si mandino email di lavoro fuori orario, per “conservare la propria energia creativa”.  Sull’importanza di non esagerare con il lavoro Cucinelli ha detto in diverse occasioni: «Se ti faccio lavorare troppo, ti rubo l’anima» Spiega Cucinelli ad un giornalista del “il Post”. Anche per questo motivo i suoi dipendenti fanno una pausa pranzo di un’ora e mezza all’una, durante la quale possono mangiare nella mensa convenzionata. Cucinelli ha spiegato che la sua filosofia aziendale deriva dalla sua esperienza familiare. Suo padre abbandonò la vita di campagna per un lavoro in fabbrica e Cucinelli ha raccontato di ricordarsi di lui esausto e spesso umiliato dalle prese in giro da parte degli altri lavoratori per i suoi vestiti da contadino e di aver visto in Solomeo (il borgo dove è sorta l’azienda) l’occasione di creare l’ambiente di lavoro che suo padre non ha potuto avere, oltre a rivitalizzare un posto che gli abitanti avevano abbandonato. Negli anni Cucinelli ha costruito a Solomeo un teatro e un anfiteatro; una biblioteca aperta agli impiegati, con i libri di alcuni dei suoi pensatori preferiti (tra i quali Immanuel Kant e John Ruskin); ha restaurato edifici, vie, piazze, giardini, spazi pubblici e diverse costruzioni adiacenti al centro storico. Queste iniziative portano l’azienda ad essere attiva sul piano finanziario, tuttavia il margine operativo è del 13,8 per cento, più basso rispetto alla media del 17 per cento dei marchi simili. Cucinelli ha risposto a queste perplessità spiegando che il margine operativo più basso rispetto ad altri concorrenti della sua società è una scelta precisa – «Compreresti un prodotto sapendo che il produttore ne guadagna un profitto enorme e insensato?» – e ha aggiunto che i prezzi dei suoi vestiti sono il risultato della sua produzione iper-locale, dell’artigianalità e dell’utilizzo di materie prime che provengono da fonti sostenibili, dalla Mongolia e dal nord dell’India, oltre al fatto che l’azienda paga i suoi dipendenti il venti per cento in più rispetto alla media italiana dei salari dell’industria manifatturiera.

Fonte: “Il Post – Moda”.

Cucinelli quindi si impegna per lavorare per la dignità morale ed economica della persona, facendolo con spirito etico. L’idea nasce dal concetto di “giusto”: un giusto modo di condurre la vita, di condurre un’azienda pensando non solo a logiche capitalistiche e di marketing, ma vendendo un prodotto che si vende da solo per la sua qualità e la storia che ha dietro. Cucinelli cita sempre Kant dicendo che bisogna “agire considerando l’umanità sia nella propria persona che negli altri sempre come nobile fine mai come semplice mezzo”.

 

Conclusioni.

Si è quindi dimostrato che si può fare a meno delle aberranti logiche descritte e appoggiate in Nudge, per creare un mondo sano, dove le scelte vengono compiute con criterio e rispetto dell’etica senza bisogno di architetti delle scelte ad indurre il comportamento umano strumentalizzandolo e riducendo l’uomo ad un numero, ad una statistica. La critica maggiore che possiamo fare a Nudge è quella di considerare la nostra realtà per buona suggerendoci di adattarci ad essa e diventare esseri superiori in grado di dominarla perfettamente.

“In linea di principio, tutte le dotazioni ed i mezzi di cui si avvalgono i mercati per potenziare la loro capacità allocativa, purché non rivolti contro la dignità della persona e non indifferenti al bene comune, sono moralmente ammissibili.” – OECONOMICAE ET PECUNIARIAE QUAESTIONES Considerazioni per un discernimento etico circa alcuni aspetti dell’attuale sistema economico-finanziario.

A tal proposito, vorrei segnalare il recente documento: OECONOMICAE ET PECUNIARIAE QUAESTIONES, della Congregazione per la dottrina della Fede e del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, pubblicato in data 20/05/2018. In tale documento vengono analizzate in maniera molto precisa e approfondita alcune tematiche attuali del mercato finanziario (ed economico, in generale) e vengono offerti numerosi spunti di riflessione, per gli addetti all’economia e anche per i non addetti, per creare un mondo “migliore”.

 

Lorenzo Boirivant

Stefano Marielli