22.12.2007

Il CONCETTO DI “TRAGHETTAMENTO”

NELLA CONSULENZA FILOSOFICA

 

di Giorgio Stillitano

 

La consulenza filosofica, ponendosi come “strumento” utile ad affrontare i problemi umani ed esistenziali, mediante l’ausilio di categorie estrapolate dal ragionamento filosofico, ha valorizzato sempre più il concetto di traghettamento che le è proprio.

Tale termine, oltre a denotare il “passaggio da una sponda all’altra della riva”, ha connaturato in sé un significato più ampio che indica la ricerca di una strada capace di riconciliare le esperienze con le convinzioni, a dare risposte adeguate al disagio, all’ansia, alle angosce e al raggiungimento degli obiettivi che ogni individuo mette sul proprio cammino.

In questo senso si può certamente dire che la consulenza filosofica utilizza il metodo proprio di ogni utopia, distinguendosi però da essa per le soluzioni “pratiche”, soddisfacenti e gratificanti che essa riesce a trovare.

Se l’utopia riempie un vuoto tra un Paradiso perduto e una Terra promessa, la consulenza, proprio per effetto del traghettamento, assegna a queste due “sponde” dell’esistenza e dei desideri umani una funzione più pragmatica e reale, in quanto riesce a inserire i dilemmi, i valori e le certezze smarrite (Paradiso perduto) in un contesto più immediato e sostenibile, che alla fine può portare al ritrovamento del proprio percorso personale, delle proprie convinzioni, della serenità e del benessere spirituale (Terra promessa).

Questo meccanismo di discernimento porta indiscutibilmente alla riflessione e ad una disamina dettagliata di tutti i risvolti dell’esistenza umana, che, per esigenze disciplinari, vengono comparati con determinate categorie filosofiche, il cui ruolo è quello di creare stati-simbolo di appagamento.

Nella pratica del traghettamento filosofico, una volta individuato il metodo, bisogna distinguere un oggetto e un soggetto.

L’oggetto del traghettamento è l’insieme di valori, idee, comportamenti, situazioni personali ed esistenziali che, in blocco (ma solo ai fini degli effetti terapeutici), vengono trasportati in un altro contesto ideale, giovevole e più sereno.

Questa collocazione – a differenza di quanto avviene nel discorso utopico – non è un fatto puramente mentale, di trasposizione meccanica attinente alle aspirazioni umane, ma nasce da un’analisi logica, completa, di tutti gli elementi che compongono, nella loro unicità e interdipendenza, la situazione che viene presa in esame dal consulente filosofico.

L’abilità del consulente filosofico anzi consiste proprio in questo: nel saper “isolare” gli elementi patogeni, devianti, che causano il conflitto, la caduta di certi valori, la separazione tra convincimento ed esperienza, tra idea e  fatto, tra ciò che si pensa e ciò che non si riesce a realizzare.

Proprio per tali motivi, nel traghettamento si può parlare di un oggetto come di più oggetti, tutti destinati, alla fine, a diventare un’unità organica, che viene valutata dal consulente nella sua giusta dimensione, proprio per dare alla causa del malessere (una malattia, un cambiamento radicale, un trauma, una delusione) una via di uscita.

Avendo a che fare con una molteplicità di “dati” da esaminare e da rapportare a situazioni ideali (ma non per questo irrealizzabili), a dottrine, teorie e concezioni filosofiche, la figura del consulente filosofico non può essere confusa e assimilata a quella di altri “terapeuti” o consulenti (psichiatra, psicologo, sociologo) i quali, normalmente, agiscono su un solo “oggetto” o su un polo minore di oggetti che determinano il disagio o il conflitto.

Per soggetto del traghettamento filosofico bisogna intendere, invece,  un individuo, un gruppo sociale o un’organizzazione che, supportati e coadiuvati dal consulente filosofico, attuano un percorso di ottimizzazione del loro cammino esistenziale, personale o professionale.

In una situazione di disagio, al concetto di soggetto non viene quasi mai associato quello di volontà, che, nei casi di malessere, è in genere assente, latente o offuscata dagli effetti della terapia e della cura.

Si ha, quindi, in genere, un soggetto passivo che si affida completamente, in un rapporto di dipendenza quasi assoluta, al proprio terapeuta, che guida il proprio assistito con un piano di interventi più o meno valido ed efficace (è inutile dire che quando il programma di cura è inadeguato gli effetti possono essere deleteri o addirittura compromettenti per il benessere fisico, morale o spirituale della persona).

Tutto ciò non avviene, o, almeno, non dovrebbe avvenire nel caso della consulenza filosofica, dove il soggetto viene posto in una fase di autocoscienza più credibile, in un luogo (che non è il non-luogo dell’utopia) dove si dà più spazio all’attività mentale e riflessiva, alla capacità critica dell’individuo, che viene sviluppata mediante il raffronto con “vite parallele” che, alla fine, coincidono o dovrebbero coincidere con quelle ricercate o desiderate dal soggetto-paziente.

Il soggetto, in sostanza, proprio perché è la risultante di un insieme di fattori cognitivi e intellettuali molteplici e differenziati – che vengono presi nella giusta considerazione dal consulente filosofico – è un soggetto attivo, che viene messo in condizione di “vedere” la complessità delle situazioni personali ed esistenziali, di guardare, come dice Campanella, al senso delle cose, al valore e al potere magico  che esse hanno nella vita e nei processi di cambiamento.

Il soggetto è, pertanto, una persona che si interroga, che dubita, che sbatte anche contro il muro delle condizioni a lui sfavorevoli, ma che, proprio per questo, acquista autocoscienza, esperienza e forza per affrontare il disagio e il male.

In tale contesto il consulente filosofico rappresenta non il  regista occulto, ma l’esperto qualificato e non invadente, che guida, quasi a distanza, il proprio paziente, credendo nelle capacità di autoconvincimento e di rinascita di quest’ultimo.

E’ tutto qui il fascino della consulenza filosofica, il cui sviluppo scientifico, terapeutico e formativo è, per l’avvenire, senza dubbio assicurato.

Il traghettamento porta, in sintesi, dal non-essere all’essere, dalla svalutazione alla rivalsa, dall’anonimato al protagonismo.

Il tutto, in una condizione di disagio e di conflittualità quasi piacevoli e “necessari”, cosi come vuole una scienza che guarda alle cose e non alle parole.

La parola, il Verbo filosofico è solo una linea di condotta che va certamente interiorizzata, che non impone nulla e che, alla fine del percorso, porta alla sagacia e alla letizia, elementi costitutivi di quella che normalmente si chiama  libertà.

 

 

 

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