Filosofia della medicina e consulenza filosofica

di Massimiliano Biscuso

 

Che cos’è la filosofia della medicina: una definizione allargata

In una ricostruzione sintetica molto equilibrata Gilberto Corbellini ha di recente ricordato come la riflessione, che da trent’anni a questa parte può legittimamente essere definita “filosofia della medicina”, si sia applicata da un lato alla “natura del sapere medico”, dall’altro alle “dimensioni etiche della medicina”. La filosofia della medicina includerebbe dunque sia l’epistemologia della medicina sia l’etica medica. Questa è quella che io chiamo una “definizione ristretta” di filosofia della medicina.

L’epistemologia della medicina è secondo tale accezione una filosofia della scienza speciale, che si distingue dalla filosofia della biologia e da altre filosofie della scienza speciali (della chimica, della fisica, ovvero della psicologia, delle scienze sociali ecc.) per la peculiarità del proprio oggetto: le conoscenze biomediche e la pratica terapeutica. Proprio la dimensione terapeutica assegna alla medicina un carattere particolare rispetto alle altre scienze naturali, perché la medicina non è un’attività puramente conoscitiva, ma anche, e costitutivamente, una pratica di cura. Di qui il problema che le altre scienze naturali non si pongono, perché pensano già in partenza di aver risolto la questione della loro natura, mentre la medicina deve porsi il problema se sia “una scienza a tutti gli effetti, una scienza applicata o, come spesso si sente dire, una scienza umana”.

La filosofia della medicina, intesa come epistemologia della medicina, ha a che fare dunque con questioni quali lo statuto epistemologico della medicina, e quindi la “definizione dei rapporti tra i contenuti scientifici e gli scopi pratici, con la natura della spiegazione causale delle malattie, con la struttura del ragionamento medico, e con le definizioni di salute e malattia”. Intesa invece come etica medica, coincide oggi con la parte più rilevante della riflessione bioetica (definibile, secondo la più recente e anche più perspicua proposta di Eugenio Lecaldano, come “tutto l’insieme delle riflessioni sulle questioni etiche che nascono dai nuovi problemi pratici posti negli ultimi decenni dai nuovi modi di operare sulla vita umana, sull’ambiente e sugli animali”. È evidente che gran parte della riflessione bioetica si occupa di questioni concernenti i problemi etici propri della medicina, quali il rapporto medico-paziente, le questioni riguardanti l’inizio e la fine della vita, la sperimentazione biomedica su soggetti umani ecc., ma è altrettanto vero che appartengono alla riflessione bioetica questioni di etica animale e ambientale).

La radice comune alle riflessioni sulla “natura del sapere medico” e alle riflessioni sulle “dimensioni etiche della medicina” è nella medicina stessa, la quale, come già si è accennato e come è stato ripetutamente osservato, è sia un sapere scientifico sia un’arte, che ha come oggetto la conoscenza delle malattie o, se preferisce, dei malati in vista della loro cura. Essendo la dimensione terapeutica lo scopo e la ragione stessa dell’esistenza della medicina, e rivolgendosi la cura a persone, ossia a soggetti morali, la riflessione filosofica sulla medicina non potrà che essere al tempo stesso una riflessione sulla natura del sapere medico e sui dilemmi morali sollevati dalla medicina, nella duplice dimensione di scienza e di pratica terapeutica.

Ora, sia la medicina sia la filosofia si sono profondamente trasformate nel corso del tempo. Perciò le varie nozioni che sono oggetto di riflessione nella filosofia della medicina, basti pensare ai concetti di salute e malattia, hanno una dimensione storica, che dà loro profondità e spessore. Affrontare lo studio dei temi della filosofia della medicina, prescindendo dalla loro storia, si rivela un approccio filosoficamente ingenuo e soprattutto scorretto, poiché solo una quanto più completa comprensione della storia di tali questioni permette di coglierne appieno la valenza e le implicazioni.

Si pensi, ad esempio, al concetto di “normalità”, che non è definibile se non all’interno di un determinato mondo storico. Sicché non mi sembra possibile restringere la filosofia della medicina alla epistemologia e alla etica della medicina, proprio perché concetti e problemi etici hanno una dimensione storica che è impossibile ignorare: si cadrebbe, altrimenti, nella “fallacia storica”, vizio che accomuna tante attuali indagini epistemologiche ed etiche. Bisogna perciò concludere che la filosofia della medicina deve tener ferma, accanto alla rigorosa analisi concettuale, anche la dimensione storica; o, meglio, deve unire analisi concettuale e consapevolezza storica del suo oggetto. Il che significa che deve valersi sia della storia della filosofia che della storia della medicina, sia della storia delle idee che della storia delle scienze, che sono intimamente intrecciate tra di loro. È questa quella che io chimo una “definizione allargata” di filosofia della medicina.

Filosofia della medicina e consulenza filosofica

Aprire lo studio della filosofia della medicina alla storia della medicina e della filosofia significa aprire la possibilità di cogliere il nesso tra filosofia della medicina e pratiche filosofiche, cioè quell’“arte della vita”, che è stata oggetto di tanta parte della filosofia antica e che sembra stia risorgendo, in forme profondamente mutate eppure con una comune ispirazione, sotto forma della attuale “consulenza filosofica”.

La filosofia si è infatti proposta nella sua storia non solo come sapere teoretico, fine a se stesso, o ricerca dei principi primi dell’essere e del pensare, ma anche come sapere terapeutico, che guarisce i mali dell’anima, come la medicina guarisce i mali del corpo. Già Democrito (V-IV sec. d.C.) scriveva: “La medicina è l’arte che cura le malattie del corpo, la filosofia quella che sottrae l’anima al dominio delle passioni”. E questo è possibile in quanto medicina e filosofia, come scrisse Plutarco di Cheronea (I-II sec. d.C.) nei De tuenda sanitate praecepta, condividono lo stesso spazio teorico, hanno in comune cioè “un’unica regione” dell’essere, perché il loro elemento centrale è il pathos, ossia, secondo l’efficace definizione di Georges Canguilhem, il “sentimento di vita impedita”, sentimento che sorge dalla sofferenza della malattia e dall’impotenza dell’ignoranza e delle altre passioni. Ma ciò significa anche che la loro genesi è comune. “È perché gli uomini si sentono malati che vi è una medicina”, scriveva Canguilhem; è perché, aggiungiamo noi, che gli uomini avvertono l’impotenza dell’ignoranza che vi è la filosofia. Questo significa che la medicina (e, più in generale, l’arte della guarigione) nasce “dall’angoscia provocata dalla malattia”; e che la filosofia sorge dal suo opposto, dal subire (pathos) lo smarrimento dinanzi ai fenomeni naturali e alle più semplici difficoltà teoriche, di cui si ignorano le cause, e quindi dall’esigenza di riaversi dall’impotenza generata dalle passioni.

A partire da questa genesi comune, la filosofia e medicina, arte della vita e arte della guarigione, hanno avuto sviluppi autonomi, anche se le influenze reciproche e più ancora i conflitti sono stati rilevanti.

La filosofia della medicina mi sembra quindi un osservatorio privilegiato dal quale guardare la consulenza filosofica perché, intesa nel senso allargato che ho cercato brevemente di argomentare, è anche attenta alla storia della filosofia e dei suoi rapporti con la medicina, e perciò alla vocazione terapeutica che la filosofia ha avvertito a lungo nella sua storia.

Questa vocazione era evidente nell’arte della vita dell’antichità (“L’antica filosofia morale – ha scritto di recente Christoph Horn – si basava sul principio della consulenza filosofica (etica del consiglio) e di conseguenza forniva una serie di tecniche per la terapia della personalità umana”). Nel moderno mondo occidentale religione e scienza hanno sottratto alla filosofia, salvo qualche rara eccezione, la sua vocazione pratica, terapeutica: salvezza dell’anima e cura delle malattie psichiche hanno soppiantato la filosofia come cura di sé. Conseguentemente la filosofia si è sviluppata come sapere teorico, fine a se stesso.

La consulenza filosofica, più delle altre pratiche filosofiche (“caffè filosofici”, philosophy for children ecc.), sembra essere oggi l’erede della antica “arte della vita”. In realtà accanto ad alcuni elementi vistosi di somiglianza (convinzione che la filosofia debba guidare la vita, che abbia a che fare con gli individui e non solo con i concetti, che la consapevolezza di sé possa aiutare a realizzare un progetto di vita buona, uso della pratica dialogica ecc.), vi sono almeno altrettanti elementi di differenza (la consulenza filosofica è una pratica professionale, non è una “terapia” dell’anima perché non deve curare le passioni, o, meglio può essere solo metaforicamente definita una terapia, perché non intende curare ma prendersi cura, il consulente non deve proporre la propria filosofia al consultante né invitarlo a seguirla ecc.). Né bisogna nascondersi i rischi che potrebbero venire da una moda che faccia della consulenza filosofica una sorta di “medicina alternativa” alle varie forme di psicoanalisi o, peggio, di psichiatria. Al meglio essa deve essere pensata come la forma contemporanea della “cura di sé”, che si realizza non attraverso le proprie forze intellettuali, ma tramite l’aiuto di un filosofo che sappia riorientare il consultante nella realizzazione del suo progetto di “vita buona”.

Lascia un commento