Identità sonore: risonanze, dissonanze e propensioni

 “Tutti i problemi dell’esistenza sono essenzialmente problemi di armonia. 

Essi nascono dalla percezione di un disaccordo non risolto e dall’istinto verso un accordo o un’unità ancora sconosciuti”.  Sri Aurobindo  

Ancor prima che uno spazio fisico, occupiamo uno spazio sonoro.

La nostra identità sonora ha un vero e proprio peso specifico, predominante rispetto ad altre caratteristiche che ci costituiscono: il nostro suono è la nostra essenza, il nostro colore, la “fondamentale” che da fisionomìa al nostro stare al mondo.

Il nostro corpo si fa cassa di risonanza di stati d’animo e la nostra voce è il veicolo più diretto per esprimere, trasmettere e condividere pensieri ed emozioni: possediamo un vero e proprio strumento di comunicazione psico-emotiva, del quale possiamo diventare abili interpreti, ma è necessario potenziare ed affinare il nostro orecchio, quella straordinaria “spira mirabilis” che ci rende atti all’ascolto, requisito fondamentale per la comunicazione ed il dialogo.

Siamo tutti inseriti in una dimensione del sentire ma se n’è persa la consapevolezza, la capacità di prestare ascolto al paesaggio sonoro di cui facciamo parte, quel percepire che si fa risonanza con il resto del mondo.

La predisposizione all’ ascolto è quell’ attitudine interiore che ci permette di incontrare l’altro; in alcuni casi, quando manca questa inclinazione, è necessario un esercizio di accoglimento dell’altro: individui con un ego dominante sono sprovvisti della facoltà di autentico ascolto, ossia, quella dimensione empatica che rende atti a comprendere l’altro, in maniera sintonica, a percepirlo su un piano spirituale o comunque emotivo. 

Spesso, descrivendo una qualche relazione o rapporto si usa l’espressione “non c’è sintonia”, proprio come succede cercando di sintonizzare la radio quando una frequenza è disturbata ed un canale non si trova o si sovrappone ad un altro; e allora la ricerca può essere automaticamente impostata o il canale ricercato manualmente.

Analogamente, nelle relazioni, si hanno modalità impostate in maniera automatica ed inconsapevole, ed altre invece, in modalità conscia.

Il proprio background, la professione svolta, e i modelli comportamentali acquisiti nel passato, orientano ed operano nel presente, rendendo ogni relazione un’attività selettiva e giudicante. Ma è possibile ricercare una sintonia con l’altro rendendo il segnale chiaro e distinto, e quindi autentico l’ascolto, sospendendo l’attività giudicante, che è il rumore di fondo delle relazioni. Potenziare l’abilità percettiva significa poter avere un dialogo più raffinato ed empatico; essere consci delle atmosfere sonore nelle quali di volta in volta siamo inseriti, ci rende capaci di fruire in maniera armonica della dimensione estetica della parola, dell’atto fonico quale strumento operativo ed operante del pensiero e della comunicazione, in ogni incontro, scambio e relazione.

Questa era la chiamiamo social, ma di relazioni ed interazioni sociali – autentiche e proficue – ce ne sono davvero poche; si creano avatar, profili, e account per connettersi col mondo intero quando si è smarrita la password di accesso al proprio sé.

Identità fittizie con altrettante fittizie “amicizie”; ci si connette alla rete ma senza avere un reale dialogo con l’altro. Eppure basterebbe la propria voce: la sonorità della parola, articolazione fonica di un’ idea, rivelatrice di intenti e propensioni; certamente non quella degli attuali salotti televisivi e talk show dove ci si parla addosso (antitesi dell’incontro  e del dialogo), ove si interviene non per rispondere ed avere un reciproco scambio di opinioni, bensì per contraddire, attaccando l’interlocutore in maniera becera, spesso ancor prima di aver ascoltato ciò che ha da dire; una vetrina del libero insulto e della povertà di pensiero (e valori) attuali. E ha la meglio, in termini di “visibilità”, chi più urla e offende (generalmente ha anche più “like” e condivisioni sui social network); una risonanza mediatica davvero poco edificante per la collettività ma emblematica dell’attuale orientamento.

Ma ragioniamo per un attimo sulla responsabilità (quell’abilità a rispondere) del fatto che siamo autori ed interpreti del linguaggio in quanto artefici della sostanza sonora che un incontro produce: una coralità di identità sonore “in sé distinte”; e si dovrebbe mirare al riconoscimento del territorio sonoro e delle variegate e distinte soundmarks che lo compongono e lo attraversano, avere consapevolezza che quella fitta trama di tracce sonore prodotte e registrate ogni giorno della nostra vita, può creare cacofonìa o meravigliosa armonia, perché ogni incontro o relazione con l’altro ha il proprio ritmo, la propria misura e geometria sonora. 

Siamo catturati o respinti da consonanze e dissonanze delle quali non siamo consapevoli ma ne siamo parte interagente e costitutiva.

Nel mito greco, Armonia è figlia degli opposti, ossia di Ares e Afrodite (Marte e Venere per i latini), rispettivamente il Dio della Guerra e la Dea dell’Amore;

Eraclito descrive così la matrice originaria e l’essenza dell’Armonia:

« Ciò che è opposizione è accordo, e dalle cose discordi sgorga bellissima Armonia, e tutte le cose nascono per legge di contesa. »

Una polifonia di elementi distanti e distinti che è la risultante di un tendere, di una particolare propensione; di una tensione verso “ciò che manca” che porta ad « Avvertire anche le piccole dissonanze, per amore della consonanza bella. » (1)

La veste sonora delle parole, fa si che lo stato d’animo e la qualità del messaggio arrivino istantaneamente all’interlocutore, trascendendone il significato letterale e il suo carattere definitorio:

« […] In altre parole, le cose che vengono dette… non pretendono di assurgere al rango di verità definitive, e soprattutto l’interlocutore non considera in questi termini ciò che gli viene comunicato: in entrambi c’è invece l’esigenza di spingersi a pensare ciò che non si sa esprimere, per incontrarsi proprio nel punto in cui il linguaggio viene a costituirsi» (2)

La percezione estetica di suoni e parole è una dimensione potente, e il suono della parola è un prezioso canale di trasmissione e risonanza emotiva, intellettuale e spirituale, poichè « L’uomo, altro non è se non un orecchio, un orecchio che parla e che canta » (3)   e « Prima ancora che il linguaggio abbia inizio e si articoli in parole per trasmettere messaggi nella forma di enunciati verbali, la voce ha già da sempre origine, c’è come potenzialità di significazione e vibra quale indistinto flusso di vitalità, spinta confusa al voler-dire, all’esprimere, cioè all’esistere. La sua natura è essenzialmente fisica, corporea; ha relazione con la vita e con la morte, con il respiro e con il suono; è emanata dagli stessi organi che presiedono all’alimentazione e alla sopravvivenza. » (4)

La parola ha inoltre una funzione catartica: dalla tragedia greca allo psicodramma contemporaneo, il suono della parola si fa materia terapeutica, introspettiva e di relazione « La parola, nell’inebriarsi del sentimento, s’illumina di bagliori fantastici; si scrosta dall’uso comune, diventa elemento vivo, mobile, d’una mobilità che non ritorna mai allo stesso punto di prima. Essa risorge al suo stato nativo d’immagine. Non è più la cosa fatta, spontanea all’uso, con il suo giusto e preciso significato, ma è un valore nuovo che sempre si rinnova nell’ebbrezza del fantasticare, un valore multicolore e sonoro.

La sua forma è musicale, con un suo tono e una sua misura, anima ritmica del linguaggio ». (5)

E l’ identità sonora è una realtà biologica costitutiva di ognuno, ed è importante riuscire a coltivare relazioni armoniche con l’altro, in quanto è comprovato che tutto ciò che ci sostanzia e ci circonda è vibrazione, produce suono; dall’atomo alla cellula, dal DNA agli spazi interstellari, dal microcosmo al macrocosmo, tutto è vibrazione; persino un minerale, apparentemente statico, ha un nucleo di molecole in costante moto: tutta la materia è vibrazione manifesta, e il suono è il principio fondante la realtà tutta.

Dove c’è moto c’è vibrazione e dove c’è vibrazione c’è vita.

« […] la scienza, dopo tanti progressi e dopo tante affannose ricerche arriva a concepire un processo evolutivo che è consistente con quanto viene detto nella notte dei tempi: “All’inizio era il Verbo”. Il Verbo, il Suono, la Parola danno origine alla vita. La Parola, il Logos, ovvero un’informazione significante, che si trasmette in modo estremamente coerente, ha permesso nella notte dei tempi e permette in ogni momento la formazione della vita. L’antica sapienza ha compreso migliaia di anni prima della scienza, che ha sempre preteso di essere l’unica detentrice della verità nel decifrare la realtà oggettiva, ciò che si annida nella profondità della materia: un’ informazione coerente, che informa di sé ogni cosa, origina in ogni momento la vita. Infatti solo un’informazione estremamente coerente può dar origine a un nuovo essere, considerato che, nel suo formarsi, esso va incontro a processi che avvengono a una velocità impressionante e che alla fine portano a una complessità vertiginosa, dando origine a un organismo costituito da centomila miliardi di cellule, tutte connesse fra di loro in maniera precisa e flessibile e tutte cooperanti in maniera meravigliosa nel mantenere l’equilibrio vitale. Solo un’informazione complessa e coerente, che si trasmette in modo armonico attraverso onde elettromagnetiche, onde sonore e molecole significanti e non un semplice processo di interazioni meccaniche e lineari fra molecole e cellule, come fossero palle da biliardo, può originare e mantenere la vita. » (6)

La visione olistica alla quale la fisica moderna ci conduce, ci apre gli occhi, le orecchie e tutti i sensi – nessuno escluso – al fatto che nulla è isolabile dalla rete di cui fa parte, dalla trama di relazioni nella quale è inserito. Esiste un campo di risonanza che sottostà, intreccia e costituisce ogni fenomeno e le sue dinamiche; agiamo, interagiamo e siamo agiti da dinamiche biologiche e di relazione: nulla è statico, tutto è in continuo moto e propende vibrante verso un dominio di concordanza, spinto da un moto costitutivo che è interno ed esterno allo stesso tempo, nella lunghezza d’onda di una risonanza infinita.

Usiamo il nostro diapason interiore per accordarci al coro dell’esistente.

Antonietta Rapicavoli

 

(1) G. Traversa, L’identità in sé distinta, Collana di Filosofia dell’Università Europea di Roma, Editori Riuniti university press, 2012, p. 95

(2) H. G. Gadamer, Il Cammino della Filosofia, Rai Educational

(3) A. Tomatis, L’orecchio e la voce, 1993, Baldini Castoldi Dalai Editore, p. 32

(4) C. Bologna, Flatus Vocis, Metafisica e antropologia della voce, Il Mulino, Bologna, 1992, p. 23

(5) G. Pannain, La vita del linguaggio musicale, Saggio di estetica, Ed. Curci, Milano, 1956, p. 30

(6) P. M. Biava, Il senso ritrovato, a cura di Ervin Laszlo e P. M. Biava, Springer, Milano, 2013, p. 187

 

Lascia un commento