La filosofia degli schermi

Bohumil Kubišta – Meditace

“Il suono di uno strumento a fiato reca nella sua qualità l’impronta del soffio che lo genera e del ritmo organico di questo soffio, come dimostra l’impressione di stranezza che si ottiene trasmettendo alla rovescia dei suoni registrati normalmente. Ben lungi dall’essere un semplice “spostamento “il movimento è inscritto nella trama delle figure o delle qualità, è come un rivelatore del loro essere.”[1]

La riflessione filosofica non può sottrarsi all’esperienza degli schermi che, in maniera mutevole, attraversa la quotidianità di ognuno di noi.

La condizione tecno-umana, unita a nuovi strumenti di visualizzazione, modifica i nostri modi di percepire, desiderare, conoscere e pensare, attraverso forme del tutto nuove di produzione e diffusione dell’informazione, che permettono all’utente, non solo di selezionare e modificare i contenuti se lo desidera, ma anche di esserne l’autore.

L’atto notarile, la fotografia del mio cane, un testo musicale, sono tutti documenti (file) diversi, composti dagli stessi numeri, zero e uno, molto più facilmente trasferibili da un ambito all’altro, che modificano in profondità la diffusione della comunicazione.

La luce dei nostri schermi, ci proietta la questione della molteplicità, a cui la riflessione filosofica non può sottrarsi in quanto “affare” di un epoca; parlare di tecnica non è mai solo un discorso sulla tecnica ma soprattutto sull’uomo, cioè di quel complesso di manifestazioni della vita materiale, sociale, spirituale che caratterizzano il modo di vivere di un gruppo sociale.

Guardare attraverso lo schermo del nostro computer allora, è un modo di guardare all’uomo e alla sua essenza, per indagare l’insieme delle caratteristiche distintive che gli esseri umani tendono naturalmente ad avere, indipendentemente dalla cultura di appartenenza.

Il nostro peculiare essere-nel mondo, non si confina facilmente all’interno di una fortezza digitale ma diviene rinvenibile e fenomenologicamente esperibile, attraverso la produzione di contenuti che giungono fino alle soglie del metafisico.

Dobbiamo compiere un cammino d’osservazione del realmente accadente, simile a quello di Mosè sul monte Nebo, se vogliamo leggere filosoficamente i dati del vissuto umano, che appariranno nell’incrocio, tra antropologia e filosofia, come parte integrante dell’essenza dell’uomo.

La trasformazione della percezione nello spazio, ci permette di modificare la mentalitè, che caratterizza l’Occidente, di relazionarsi con la realtà, cambiandone il modo di operare, se contemplassimo il mutato orizzonte di senso delle pagine forse, più oscure della storia.

L’utilizzo dei computer, dove tutto viene digitalizzato, mette in evidenza una sfida linguistica, che avviene al confine tra uomo e macchina a cui la filosofia è chiamata a rispondere, poiché si tratta di una trasformazione che ruota tra: il modo di concepire noi stessi, il cosa si debba intendere per uomo in quanto agente morale e la comprensione dell’informazione stessa.

Mi spiego meglio: venerdì scorso, le testate dei più noti quotidiani italiani, hanno pubblicato la notizia del cyberattacco, del megavirus Wannacry, che ha colpito 200mila entità in 150 paesi.

Alter ego incontrollabili, hanno scatenato una vera e propria apocalisse digitale, trasformando i comuni software, in vere e proprie armi da combattimento.

Aziende, sistemi sanitari, università, sono state le vittime dell’attacco, scatenato dagli hacker, che sembra essere ancora in corso, e su cui la Cybercrime, EC3, sta ancora lavorando, per mitigare la minaccia e assistere le vittime.

“Non ci troviamo di fronte ad hacker che vogliono rubare informazioni”, spiega Massimo Artini deputato e presidente della commissione d’inchiesta della Camera sul cyber-terrorismo. “Ma a criminali che, attraverso questo virus, bloccano i nostri dati e chiedono un riscatto per riattivarli. E, purtroppo, in Italia non abbiamo le infrastrutture giuste per reggere a questo tipo di attacchi”.[2]

Dunque, un vero e proprio campanello d’allarme, che ci esorta ad una riflessione filosofica di comprensione del “fatto” osservato, dove la filosofia si integra alla realtà, per creare dei collegamenti tra: l’accaduto, le capacità mentali del pensare e dell’agire umano, alla sostanza di cui è fatto il web.

Un agire, data la notizia, presa in esame, che è sintesi di comportamenti persecutori, che con i media, assumono proporzioni maggiori e che possono portare ad una paralisi quasi totale di strutture, che rivestono un ruolo portante, all’interno della società odierna.

Gli hacker, tiranneggiano le loro vittime utilizzando email, microblog, chatroom, foto, video, dando così chiara dimostrazione di opposizione a forme di governo votate al controllo dei cittadini o forse stanno solo cercando grazie all’apertura della rete, di svelare informazioni controllate dalle lobby e dai monopolisti per smentire false verità?

Una realtà onnicomprensiva e interdisciplinare in cui tutti siamo inseriti, che attende di essere compresa dal punto di vista della filosofia non solo per quel che riguarda gli aspetti: “etici di sé con sé, di sé con gli altri, di sé con la società”[3] ma anche per quel che riguarda la libertà di manifestazione del pensiero che nasce e si sviluppa nel mondo digitale.

Insomma, una realtà di stringhe alfanumeriche forvianti, dove l’umano reso inadatto è destinato a cadere nella trappola della rete o azioni di hacking che cercano di contrastare quel processo di chiusura che impedirà alle future generazioni di poter fruire di un enorme patrimonio culturale e di libertà, sempre più controllato e compresso.

Un quadro fosco e preoccupante, o dissidenti digitali, che cercano di tutelare i diritti di proprietà intellettuale?

Nodi digitali da sciogliere, che affidano, forse, alla filosofia, l’esigenza di una responsabilità votata al futuro, o un luogo di contaminazioni e di cospirazioni che segnerà la storia dell’umanità?

Giulia Giordano

 

[1] M. Merleau- Ponty, Linguaggio Storia Natura, cit., p.27

[2] Citazione tratta da: La Repubblica di domenica 14 Maggio 2017 p.3

[3]  Guido Traversa Identità etica, cit., p 106

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