Manifesto per la consulenza e pratica filosofica

Prima di enucleare alcune caratteristiche che considero fondamentali ai fini di quella prassi che è la consulenza filosofica e di indicare, ad un tempo, i suoi principi speculativi generali, vorrei accennare ad una questione che gioca un ruolo centrale nella discussione – di respiro ormai internazionale – relativa al tema in questione: quella del rapporto fra la consulenza filosofica e le nozioni di “terapia”, “cura” e “cura di sé”. Questa premessa è motivata dal fatto che non ritengo di pertinenza esclusiva del filosofo, e neppure di chi svolge concretamente l’attività della consulenza, stabilire i confini che separano tale attività dalle terapie di ambito psichiatrico, psicoanalitico, psicologico e del counseling.

La filosofia, quando fa uso di determinate categorie logiche ed ontologiche, di determinati principi etici, estetici o politici, è già di per sé una prassi che, nell’interazione con i singoli e con la collettività, tende a produrre una comprensione “allargata” dell’esperienza, al fine di muoversi più agevolmente in essa, di determinare un cambiamento o, finanche, un miglioramento delle condizioni date.

Ritengo, pertanto, che, in passato, sia stato più un problema degli ambiti di terapia, di cui dicevo prima, l’essersi dovuti distinguere dalla filosofia in generale, magari proprio attraverso la specificità delle loro tecniche. Per la filosofia, invece, il compito attuale, rispetto alle sue possibili “applicazioni”, è non tanto di stabilire distinzioni disciplinari specifiche, quanto di ribadire il proprio ruolo, non in modo astorico, ma a partire dalla condizione storica presente. Ancora una volta, essa deve configurarsi come “il proprio tempo appreso con il pensiero”. E ciò affinché la consulenza filosofica possa esercitarsi, per così dire, come una “pressione” fenomenologico-trascendentale sull’esperienza.

E poi, anche a voler acconsentire a chi crede che spetti ai filosofi di stabilire i confini disciplinari, penso che un tale compito sia pressoché infinito: tanti e diversi fra loro sono, infatti, i modelli che convivono e confliggono reciprocamente in ciascuna delle discipline che prima ho nominato. La psichiatria, ad esempio, non è una e una sola, con la conseguenza che ogni diverso modello teorico implica l’assunzione di criteri diagnostici e terapeutici diversi: il che è certamente un problema per la filosofia. La psicoanalisi, altrettanto, non è una e una sola. E ciò vale anche per la psicologia e per le molteplici metodologie del counseling. Forse, i soggetti più accreditati per distinguere “dall’interno” la consulenza filosofica dalle terapie sono proprio coloro i quali, come singoli individui, si recano dal filosofo, per instaurare un rapporto di consulenza, e che hanno già avuto esperienza diretta e personale della psichiatria, della psicoanalisi e così via. Ma si tratta, qui, prevalentemente, di una distinzione post-festum e non epistemologicamente giustificata. Dai vari colloqui emergono differenze che possono essere utili non solo al filosofo che esercita la consulenza, ma anche agli specialisti di altre forme di terapia.

Consulenza filosofica, filosofia pratica, ontologia applicata: in molteplici modi si può definire la filosofia come forma particolare di comprensione di quelle condizioni individuali, di gruppo o collettive che, vissute come qualcosa di cui sfugge il profilo preciso, generano dubbio, vista la loro mancanza di coerenza, e fanno sorgere, perciò, in chi le vive, un bisogno, inappagato, di compiutezza.

Ma, al di là delle formule, la filosofia – nelle sue tante e diverse forme storiche: le filosofie – è, nella sua essenza, un modo particolare di sapere e di capire. Essa, infatti, cerca di mantenere legate fra loro, senza confonderle, le diverse dimensioni cui ci si rifà per comprendere un qualcosa:

  • la sua causa,
  • i suoi effetti,
  • le sue finalità,
  • le leggi che lo regolano,
  • le possibili emozioni o sentimenti che lo accompagnano,
  • le sue conseguenze etiche,
  • la sua eventuale bellezza,
  • i mutamenti, voluti o non voluti, che lo riguardano,
  • le paure, i desideri che, realmente o simbolicamente, vi si connettono,
  • la sua rilevanza per la dimensione pubblica (sociale, economica, lavorativa e così via),
  • i tanti aspetti, dimensioni, propensioni, che lo costituiscono e che, certe volte, gli appartengono realmente, mentre, altre volte, siamo noi che, in modo illusorio, gliele attribuiamo, alimentando così il disagio, il dubbio e, comunque, un regime di falsa certezza che, alla lunga, non tiene.

In sostanza, pur senza accordare alla filosofia una preminenza sulle altre forme del sapere, non si può non riconoscere che, quando essa comprende un qualcosa, tiene insieme dimensioni che le altre scienze tengono, di solito, nettamente separate.

Proprio per queste sue caratteristiche, possiamo dire, fin d’ora, che la consulenza e la pratica filosofica dovrebbero essere dirette e intenzionata non solo, e soprattutto, al disagio individuale e/o collettivo, quanto piuttosto a fornire tutti quegli strumenti concettuali che consentono di mantenersi nelle condizioni “buone” e “favorevoli”. E ciò tanto a livello individuale, quanto a livello dei rapporti sociali, politici e di lavoro. Ad esempio, ottima cosa sarebbe ricorrere alla consulenza filosofica per mantenere entro una soglia positiva, “nel bene”, i propri rapporti, la propria dimensione lavorativa e sociale, per meglio capire i vari aspetti del proprio vissuto emotivo, della propria professione, le sfumature quotidiane della propria vita spirituale. Non si tratta, però, di “medicina preventiva”: la filosofia non è medicina, ma è scienza che permette di conoscere e di apprezzare tutte quelle risorse individuali e collettive che sono a nostra disposizione per produrre un’attenzione “vivificante” nei confronti delle situazioni “buone” in cui ci si trova, per merito o per caso.

La filosofia come comprensione di una qualsiasi condizione di esperienza è, ad un tempo, comprensione delle sue articolazioni interne. E ciò vuol dire che essa può favorire, quanto meno, una “buona presa di posizione” all’interno di una situazione “negativa”, o anche indicare le vie per permanere in una situazione “positiva”, senza lasciarla consumare ed esaurirsi nel tempo. Nella vita, non di rado, il male sopraggiunge velocemente, mentre il bene si allontana lentamente, proprio perché gli si presta scarsa attenzione. La filosofia, così, è un’arte per ben discernere le condizioni dell’esperienza, per poterle, se possibile, modificare o anche rifiutare, se appaiono “negative”, o, al contrario, accettare e consolidare, se appaiono “positive”. La prassi della filosofia è un habitus che consiste nel capire bene un qualcosa per agire meglio rispetto ad esso e dove il primato spetta, appunto, al secondo di questi due momenti: quando certe esperienze personali o intersoggettive ci diventano familiari, quando ci si educa lentamente ad un habitus di adeguatezza a sé e agli altri, ecco che allora l’agire precede, addirittura, lo stesso capire. È come se, ancor prima di ogni indagine conoscitiva, ci si imponga la necessità di una condotta: di quel che ci avvicina a ciò cui, per natura, tendiamo e che ci allontana da ciò da cui, sempre per natura, rifuggiamo. Secondo me, tutto questo è ciò che da sempre è stato inteso con il termine “saggezza”: la capacità, sana e coraggiosa, nonché esemplare quanto serve, di mettere in atto l’azione giusta al momento giusto, di attingere l’”apice” dell’azione nel momento e nei modi che sono essenziali ad essa. Questa “cura di sé” e, ad un tempo, delle relazioni sostanziali che intratteniamo con gli altri, la si apprende nel tempo, nel corso dell’esperienza della nostra esistenza. Ed ecco perché è necessario parlare di “esercizi” (e, finanche, di “esercizi spirituali”) quando si pratica questa attenzione nei confronti dei dettagli, degli accidenti e delle differenze minime che accompagnano ogni esperienza e, in modo particolare, quelle più importanti, quelle dove con gioia o con dolore avvengono i cambiamenti delle cose, il loro divenire, e certe volte il loro scomparire e morire.

Dunque, si tratta di un esercizio continuo di valutazione cognitiva, etica ed estetica, della propria vita, e della vita sociale, etica e politica; l’esercizio della filosofia è, quindi, anche capire un conflitto per risolverlo o, quanto meno, per poter coesistere con esso.

Ma, da dove viene alla filosofia questa capacità? Certamente, da uno specifico atteggiamento logico, ontologico, etico, nonché estetico, il quale, nella relazione reciproca fra questi diversi momenti, dà vita all’unità sistematica di una forma organica di pensiero: un pensiero capace di concepire e di praticare il concetto di identità non in modo univoco, ma come un qualcosa che è, in sé, strutturalmente distinto; che sa fare esperienza della disomogeneità della realtà: degli accidenti che ineriscono al singolo individuo, alla società, alla storia; che sa cogliere l’unità nel molteplice e la molteplicità nell’unità, passando, con disciplina e nel segno della giusta misura, dall’universale al particolare e viceversa; che, come voleva Kant, insegna a lasciare la terra sicura della verità verso il mare aperto del pensare; che mostra la radice comune di tutte le forme dell’esperienza, dalla più ordinaria a quella mistica.

La consulenza filosofica sarà così una palestra per apprendere l’espressione rigorosa, concettuale e linguistica, del pensare.

La filosofia all’altezza di tutto ciò deve praticare in modo rigoroso l’analogia e, in particolare, la dimensione ontologica di essa: l’analogia entis; esercitare, in modo non univoco, l’esperienza dell’empatia; sorreggere tutto il peso della memoria (personale e storica); sviluppare le sue riflessioni attraverso forme argomentative adeguate all’indice problematico del pensiero speculativo stesso (ad esempio, attraverso il metodo della Questio disputata); farsi prassi della responsabilità, non intesa solo nel senso del rapporto di reciprocità; esibire e testimoniare tutta la “difficoltà” della libertà, “difficoltà” agita e patita nel quotidiano rapporto con l’altro; affrontare la dolorosa, anche se in certi casi inevitabile, interruzione della comunicazione con l’altro; mostrare quanto decisiva sia l’azione per l’essere stesso del singolo, dal momento che l’agire discende dall’essere (agere sequitur esse); penetrare nel nucleo più intimo della volontà umana: nel suo libero voler-essere, commisurato alla natura di ciò cui essa tende. E nel caso in cui l’orientamento di questo tendere sia spirituale e, ancor più precisamente, religioso, farsi capace di non tralasciare nessun particolare, per quanto piccolo, di quella modalità del rapporto con l’altro che è il rapporto con Dio.

Nei secoli, molte filosofie hanno teorizzato e praticato dimensioni simili a quelle che io ho appena indicato. Ciò è dipeso, penso, dalla presenza, in esse, di alcuni elementi comuni. Se, qui, dovessi indicarne i principali, direi che essi sono: l’attenzione costante agli accidenti dell’esperienza, nella consapevolezza che un’essenza non è mai data in modo statico e completamente determinato. Inoltre, la coscienza (va detto, ancora una volta, logica, ontologica ed etica) che l’identità di un qualcosa non è un ché di monolitico e di univoco, ma contiene in sé distinzioni, che possono essere capite ed “agite” solo attraverso gli accidenti. Una simile filosofia si impegnerà a dimostrare che l’identità di ciascuna singola cosa, di ciascuna singola azione, di ciascun singolo evento, è un’identità costantemente correlata alla distinzione e, ciò, non tanto per il fatto che sta in relazione con altre identità determinate, ma quanto perché essa stessa è, in sé medesima, distinta. E lo sarebbe anche se esistesse una sola cosa, una sola azione, un solo evento e, dunque, anche se essa non intrattenesse relazioni esterne. L’identità di ciascuna cosa porta entro di sé la distinzione perché essa si estrinseca in accidenti tra loro realmente, e non solo gnoseologicamente, disomogenei, perché il suo divenire non è meccanico, ma si svolge assecondando propensioni la cui attuazione implica contingenza.
Dunque, si tratta di una pratica filosofica rivolta non solo alle scienze naturali, ma anche alle scienze umane e che, di conseguenza, deve saper interagire produttivamente con il vissuto (doloroso o appagato che sia) del singolo individuo. A seconda dei casi, avremo, così, una consulenza filosofica individuale, una consulenza di gruppo, una consulenza mirata a quelle professioni (giornalisti, medici, scienziati, avvocati) che comportano un forte carico di responsabilità etica, una consulenza aziendale, una consulenza etico-politica all’interno della Storia. In tutti questi casi, ritengo che lo “specifico filosofico” consista nel saper passare dall’esperienza vissuta in prima persona (Erlebnis), senza abbandonandola, all’esperienza comunicabile in modo universale (Erfharung). Forse, e soprattutto nella consulenza individuale, questo passaggio sembra, a prima vista, improduttivo, come se comportasse un perdere il sé. Ma poi, a ben vedere, in esso non si perde nessuna delle caratteristiche che ci sono più proprie, anzi le si comprende in modo nuovo, e forse più ampio. Capire che la condizione in cui ci si trova, anche se molto dolorosa, non è identica a se stessi conduce ad una distinzione fra sé e quella condizione stessa che non può non portare con sé un bene: io non sono identico alla situazione di disagio o di conflitto in cui mi trovo, essa è una condizione accidentale, che non coincide con la mia identità.
Questo, io credo, è il centro di gravità metafisico del capire e dell’agire della Filosofia.

 

Guido Traversa