Memorie, atmosfere e alienazione nelle opere di Sidival Fila

di ANNALISA DI DOMENICO

 

Il 26 novembre 2018 è stata inaugurata la mostra di Sidival Fila alla Gallerja di Roma – via della Lupa (Fontanella Borghese). Questa è stata l’occasione per porre qualche domanda all’artista, con il quale abbiamo cercato di far dialogare, in modo originale, arte e filosofia.

Sarà possibile vistare la mostra fino al 19 gennaio 2019.

 

Il 26 novembre 2018 è stata inaugurata la mostra di Sidival Fila alla Gallerja di Roma – via della Lupa (Fontanella Borghese). Questa è stata l’occasione per porre qualche domanda all’artista, con il quale abbiamo cercato di far dialogare arte e filosofia. Infatti, proprio la filosofia sembra un’utile alleata per restituire all’arte nuove grammatiche di senso, anche se i lavori di Sidival non sono nuovi a questo incontro. Già la sua mostra “Prospettive relative” – Palazzo Ducale di Sassuolo – è stata inserita nel Festival della Filosofia 2018 con il tema: “Verità”. Guardando le opere di Sidival, diversi sono i filosofi che entrano con forza in contatto con le sue azioni ma, in particolare, sono James Hillman, Jernot Bohme e Ernst Cassirer, i tre i pensatori contemporanei che sento essere perfettamente in linea con l’animo del nostro artista e che ci aiuteranno ad entrare in relazione con il significato profondo delle sue opere.

 

J. Hillman è autore del L’anima dei luoghi, un dialogo con Carlo Truppi, in cui si parla della capacità dei luoghi di mantenere la memoria degli uomini che li hanno vissuti, e lo stesso vale per gli oggetti. La materia che utilizzi ha una forte capacità di essere medium di questa memoria?

Sì, la materia ha la capacità di accumulare informazioni e ciò è stato confermato anche dalla fisica quantistica. Nel tempo e nello spazio gli oggetti riescono ad immagazzinare un vissuto e noi siamo in grado, anche inconsciamente, di decodificare, di concepire questo operare perpetuo. Riusciamo a comprendere le informazioni che il tempo lascia impresse nella materia. Quando ti trovi di fronte ad un tessuto antico e usato da tante persone, in quella materia, anche logorata come nei tessuti di trecento anni, è impresso un vissuto e ciò crea una potenzialità: quella materia usata e consumata, divenuta nel tempo è capace di trasformarsi e di portare emozioni. Quando prendo un oggetto o un tessuto di questo tipo, non voglio fare troppi interventi, cerco solo di metterlo in condizione di parlare. È questa l’idea di fondo: mettere l’oggetto nella condizione di comunicarsi. Il messaggio, per la maggior parte del contenuto, è dovuto all’oggetto stesso, che io possa aggiungere significati operando tensioni o sospensioni a seconda della mia sensibilità, in fondo è quell’oggetto che si sta raccontando.

 

In Atmosfere, estesi e messe in scena, J. Bohme afferma che l’oggetto percettivo primario sia l’atmosfera: la percezione delle cose dipende dal loro essere calate in situazioni specifiche, che ne definisce le possibilità. Uno stesso oggetto immerso in atmosfere diverse viene percepito come un oggetto diverso. Sidival, tu lavori nella famosa “torretta” del convento di San Bonaventura al Palatino – Roma – situato tra il Colosseo e il Foro Romano, queste atmosfere quanto condizionano e si imprimono nel tuo “vedere” e nelle tue opere?

Spesso, mi dicono “Tu lavori in un posto particolare, affacciandoti dalla finestra del tuo studio puoi trovare ispirazione”. Non è che trovi ispirazione da ciò che vedo, ma ciò che vedo mi educa al bello. In una sorta di pedagogia della natura, di una pedagogia di ciò che hanno fatto coloro che mi hanno preceduto e che mi arriva guardando queste mura, queste rovine, questi paesaggi che, volente o nolente, si imprimono nella mia mente e diventano parte del mio patrimonio culturale e della mia sensibilità. Osservando ciò che mi circonda, io acquisisco un “gusto”. Il nostro compito è quello di imparare da ciò che è intorno a noi, perché non c’è niente di nuovo nell’arte come nell’umano. Noi riproduciamo la natura, significhiamo e ri-significhiamo la natura partendo da ciò che facciamo.

Ogni oggetto in una particolare atmosfera può significare altro, può essere visto diversamente. L’atmosfera è importante proprio per fruire l’opera e lo spazio può dare una particolare atmosfera. L’opera non è percepibile se non inserita nel giusto spazio perché non è possibile astrarla da tutto il resto. L’atmosfera è data dallo spazio e dall’opera e anche qui, lo spazio diventa pedagogo e conduce la persona all’opera. Nella mia mostra al Palazzo Ducale di Sassuolo, ho dovuto trovare un equilibrio tra gli interni già affrescati e le mie opere, senza mai far entrare questi due elementi in competizione. L’equilibrio è anche saper sparire nello spazio, perché se tu vuoi vincerlo, quello stesso spazio può schiacciarti, se invece sei generoso e rispetti lo spazio che ti ospita, allora l’opera può emergere secondo le sue potenzialità.

 

L’ultimo filosofo con cui vorrei ti confrontassi è E. Cassirer e la sua Filosofia delle forme simboliche, dove si parla dell’alienazione della cultura. Se privata di una logica comune, l’arte – e la cultura in generale – invece di essere uno strumento di auto-liberazione, diventa per l’uomo: alienazione. Non ti chiedo di spiegarci le tue opere, ma vorrei chiederti di fornirci dei fondamenti utili a comprendere meglio il tuo lavoro.

L’oggetto per il suo vissuto è ancora capace di parlare con il contemporaneo, ad andare incontro a ciò che è veramente umano. In una cultura ipertecnologica come la nostra c’è quasi nostalgia del fatto a mano, del manuale, dell’antico. Anche se noi in fondo quasi disprezziamo la materia, una camicia lisa la si butta, senza che ci si renda conto di cosa significhi veramente piantare, coltivare, tessere la materia. Noi compriamo e consumiamo. Con le mie opere, le persone ricontattano una dimensione che è tipicamente umana, rispetto ad una tecnica che schiaccia: una sorta di rigurgito della tecnica di cui l’uomo sente l’esigenza. Soprattutto i giovani, così assuefatti da un eccesso di prodotti, in fondo sentono la nostalgia del vecchio, dello strappo, del logoro, come vediamo dalle mode, perché questo li riporta all’umano. Definisco la mia opera “ontica” proprio perché è l’oggetto che si racconta per quello che è in quanto oggetto, anche se poi nell’opera può crearsi un valore diverso. Per comprendere le mie opere non bisogna dare un significato “altro”, ma è necessario soltanto “mettersi in ascolto”.

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