Narcisismo: specchiarsi alla ricerca della propria immagine

di Giulia Bertotto, Enrica Conti e Roberta Del Frate

 

 

Dal 2011 ad oggi sono 259 i morti nel tentativo di farsi selfie estremi e sbalorditivi: sull’orlo di un precipizio, vicino a un treno in corsa, o provocando un orso invaso nel suo territorio. Più della metà dei decessi per autoscatti spettacolari sono di sesso maschile e con un’età media di 23 anni.

Molte analisi sociologiche parlano di un’era digitale di autocompiacimento senza spessore etico, di narcisismo frivolo, di una vanità priva di un senso sacro e magico per la vita, depotenziata dalla virtualità.

Occorre però recuperare il vero significato del concetto di “vanità” che solo ad un’analisi superficiale è la celebrazione ostentata del proprio aspetto esteriore. “Vano”, nel suo significato ontologico e spirituale (vanus=vuoto) è il flusso temporaneo, caduco, soggetto al divenire e al perire. Dunque l’atteggiamento di vanità è prendere un abbaglio idolatrico, cadere in un equivoco ontologico, venerare ciò che è finito e limitato invece di amare e celebrare ciò che con cui ci relazioniamo sempre: la differenza, l’Altro, Dio.

Eppure quell’ossessione dell’attimo perfetto, dello scatto definitivo è d’altro canto un’aspirazione all’infinito. Il tentativo di immortalità che diventa, in un beffardo paradosso, causa di morte. Come un ritratto di Dorian Grey in pixel che vorrebbe fermare il tempo. Fermare il tempo non è l’illusione di bloccare il flusso degli eventi ma di dilatarlo, è l’aspirazione ad eternizzarlo.

E se Narciso fosse una paradossale capriola mistica per superare la de-finizione identitaria e sciogliersi in un abraccio estatico?

Il mito di Narciso che per specchiarsi cade nel fiume e muore sembra profetico in modo inquietante dato che la maggior parte di questi martiri della condivisione (mártys-yros, testimoni) sono morti annegati.

Ma le previsioni sinistre iniziano molto, molto prima.

Nella versione romana del mito di Narciso, narrata dal poeta Ovidio, sua madre Cefiso profetizzò che il figlio avrebbe raggiunto la vecchiaia solo «se non avesse mai conosciuto se stesso».

Cefiso quindi per un’ansia di protezione impedisce al figlio di conoscere la propria bellezza ma così educa il piccolo Narciso all’alienazione e all’anaffettività, all’autismo emotivo. Lo stupendo fanciullo disprezza, o meglio non vede, non coglie i sentimenti degli altri, di coloro che nutrono affetto e ammirazione per lui perché non è in contatto con sé stesso. Non ri-conosce colei che lo ama perché non riconosce la propria capacità affettiva. La celebre bellezza di Narciso è la forza interiore inaccessibile a se stessi, funzionalmente nascosta per difendersi dagli imprinting dolorosi della crescita. Narciso non cade solo nell’acqua di una “società liquida” (Bauman), ma nella rappresentazione inautentica di sé.

Sua madre infatti gli ha negato la possibilità di rintracciare la verità di se stesso, gli ha impedito di conoscere le sua potenzialità e definire la propria identità.

Se accettiamo questa interpretazione vediamo delinearsi l’antitesi puntuale del messaggio filosofico, l’esortazione Socratica “conosci te stesso”. Quell’invito che ci fa Socrate ad avviare il processo di consapevolezza della nostra forza e dei nostri vincoli cioè della nostra scintilla divina ma anche della distanza ontologica dal divino.

Narciso morì affogato nel lago perché si innamorò di se stesso; ovvero perché non riuscì mai a diventare emotivamente maturo per accogliere qualcun altro e ad amarlo, a rivolgere il suo sguardo sull’altro, ad accorgersi della bellezza dell’alterità. Questo è il dramma di colui che chiamiamo come un fiore, ma anche come lo stupore.

Infatti Narke in greco significa “stupore” lo stupore di Narciso nel vedersi riflesso nello specchio d’acqua, nel farsi presente a se stesso per la prima volta (narcotico è qualcosa che incanta e intontisce). Lo stupore di chi annaspa nel mistero dell’esistere, di chi scorge la Meraviglia della propria esperienza nel mondo.

E allora ecco ronzare la mosca di Wittgenstein, il quale ci diceva che la filosofia non deve cercare novità ontologiche inaccessibili, ma dirimere il linguaggio, far uscire la mosca dalla bottiglia dei fraintendienti linguistici.

Nella narrazione è Eco ad attivare il conflitto di Narciso, desiderandolo senza reciprocità. Sia Narciso che Eco si perdono nell’autoriflettersi della loro stessa tragedia interiore, senza ospitalità verso l’altro. Così nel gioco doloroso delle parti sia il narcisista che la sua “vittima” non fanno che ripetersi, l’uno nella rifrazione visiva, l’altra nella ripetizione della propria voce. Ed è nella trappola della reiterazione difensiva che ci sentiamo e comportiamo quando restiamo “avvitati” nel nostro trauma, ci sembra che l’unica cosa nuova che accada…sia il suo replicarsi! Il suo riverberarsi frattalico e soffocante.

Specchi, nessuno mai coscientemente ha descritto la vostra vera essenza. Voi, intervalli del tempo, crivelli fitti di innumerevoli buchi”, R. M. Rilke, Narciso Liberato, 1922.

Se proviamo a traslare l’esperienza intima del narciso che vive solo grazie alla cecità di sé stesso alla relazione con l’Altro, il quadro che risulta può offrire spunti interessanti agli sforzi di comprensione della socialità attuale.

L’autismo emotivo di Narciso non lo esonera infatti dall’obbligo di esistere all’interno di un mondo fatto di esseri sociali, dalla spinta connaturata all’umano a creare legami.

E proprio come solo grazie allo specchio Narciso può esperire la propria bellezza, è grazie agli altri che il narcisista misura la propria percezione di superiorità, entrando nelle relazioni in una posizione di partenza assolutamente definita e innegoziabile: io sono ok e tutti voi no.

Non potrebbe essere altrimenti, visti i processi evolutivi che lo hanno portato a simulare la vita invece di viverla: “se io non sono stato amato per quello che sono nessun altro sarà amato per quello che è ( quelli che in ambito terapeutico chiamiamo bisogni di riconoscimento).

La mancanza dell’esperienza di un amore incondizionato pone il narcisista in un continuo venire a patti con condizioni di amabilita’, perlopiù socialmente costruite sulla base di costrutti (vani) per i quali, ad esempio, vincere è fondamentale, l’Altro è un potenziale nemico, i sentimenti rendono deboli, i soldi e il successo sono di importanza capitale, bello è tutto.

«Sono amato solo se: se sono il più bello, se sono il più ricco, se possiedo più cose e più persone».

Quest’ultima condizione di amabilita (Scardovelli) determinerebbe il destino di gran parte delle relazioni che il narcisista (de)costruisce.

In che modo si può possedere qualcuno? In parte retrocedendolo ad oggetto, negandogli ogni accezione di soggettività, facendolo esistere non per quello che è ma per quello che da’.

A Narciso questo processo di svuotamento di identità risulta naturale: egli è il primo a non averne mai esperita realmente alcuna.

Se l’Altro è Nessuno, può vivere solo in funzione dell’Io smisurato e irradiante di Narciso, proprio come Eco, che non è altro che la celebrazione del suo verbo, nel mito.

Ma se l’Altro è Nessuno non potrà aggiungere nulla al suo sviluppo evolutivo e prima o poi smetterà di attrarre Narciso che lo riporra’ senza esitazione nell’oblio dal quale lo aveva tratto.

È uno schema fatalmente invariabile che regge gran parte delle relazioni disfunzionali tra un narcisista patologico e una vittima osservate nella clinica psicologica.

Le prime fasi sono di pura inondazione.

Un corteggiamento serrato, centrato, efficace e definitivo disseta di proiezioni positive la vittima designata (anch’essa imbrigliata a monte nelle dinamiche narcisiste ma con altri esiti; vedi. Massimo Recalcati “La vittima sacrificale”) fino a farla innamorare perdutamente.

A questo punto il possesso è stabilito, l’oggetto è diventato mera Eco del mondo interiore di Narciso che adesso ha una nuova Luna che orbita intorno al sé Sole.

Successivamente si osservano una serie di azioni dal puro intento manipolativo che hanno lo scopo di consolidare il potere.

La vittima viene isolata dai suoi affetti, scientemente ripresa nelle azioni anche più elementari al fine di minarne le basi dell’ autostima prima, dell’identità stessa poi, fino a che la relazione non diventa una prigione invisibile dalla quale è impossibile fuggire: Narciso ha tutto ciò che è suo, non può esistere senza.

Ma se Nessuno sarà forte abbastanza da liberarsi, se Nessuno diventerà di nuovo Qualcuno, l’ira distruttiva che sgorga dalla ferita narcisistica può arrivare ad ottundimento di lucidità estremo, Narciso può arrivare ad uccidere per ristabilire il possesso. Poiché senza possedere è invisibile e inconsistente.

La narrazione che i media ci restituiscono del fenomeno del femminicidio, ma più in generale della violenza, ci mette di fronte ad una realtà fatta di atti brutali a fronte di motivi vani.

Questa sproporzione pare caratterizzare il vissuto del narcisista: se l’Altro esiste solo in funzione della costante riprova della propria superiorità, il più lieve segno di non conformità diventa una disobbedienza inaccettabile, da punire in modo esemplare.

Sono infatti futili i motivi che scatenano pattern comportamentali aggressivi e distruttivi.

Sono futili i motivi delle percosse, delle minacce, delle vessazioni, delle aggressioni del branco, della carica mortifera della violenza web filtrata, delle arroganze dei bulli e dei loro complici.

Emergono esasperate declinazioni del narcisismo, incentivate da strumenti digitali che superano di gran lunga lo specchio d’acqua del mito per prestazioni, garantendo un ritorno di immagine generato da infinite Eco.

Sul social immettiamo immagini di noi stessi preventivamente e accuratamente edulcorate, tentando di offrire alla vanità ciò che pretende, sperando in quanti più segnali di apprezzamento, allontanandoci inevitabilmente dalla nostra identità più autentica a favore di quella più socialmente accettata.

Ecco come il meccanismo alla base della genesi di Narciso, la negazione di sé, impregna il quotidiano in modo pedissequo e ridondante: il social network permette di creare alter-ego che finiscono con l’essere intesi come originali.

La confusione identitaria è evidente.

Se al fondamento del narcisismo, inteso come espressione psicologica che rende difficile il riconoscimento di se e delle proprie emozioni e che determina, reattivamente, l’autoesaltazione della propria autoreferenzialità, possiamo allora pensare che il narcisismo nella vita di relazione si esprime anche come un impedimento al riconoscimento dell’altro da se e con una difficoltà a sentire l’altro, l’empatia e la condivisione affettiva.

Nella complessità sociale che caratterizza le vite quotidiane e i rapporti interpersonali possiamo provare a leggere alcuni fenomeni come espressione di narcisismi nascosti, di tendenze e di ciò che proprio andrebbe scongiurato, dei rischi intrinseci alla percezione e al riconoscimento di sé

e dell’altro. Possiamo collocare in questi fenomeni anche il bullismo e il cyberbullismo e una ampia gamma di soprusi e di violenze che fanno ricorso alla rete.

Più si utilizzano i social network come strumento di conferma della nostra amabilita’, più plasmiamo l’immagine di noi stessi sulla base dei feedback che la rete ci rimanda, più ci si allontana dalla nostra identità autentica.

Ma se si recidono i legami con la parte più vera del sé anche l’Altro diventa un’immagine da scrutare con sospetto, più che una persona da conoscere.

Nel Medioevo questo mito è stato interpretato come monito alla vacuità (facendo riferimento all’Ecclesiaste biblico), nel Rinascimento questa figura è stata rivaluta come simbolo dello sforzo dell’uomo moderno (come se fosse davvero mai cambiato) per conoscere il proprio ruolo e le proprie possibilità di azione, quasi una riconciliazione con l’insegnamento socratico. Freud invece ne ha evidenziato l’aspetto dinamico e funzionale, cioè il ricanalizzarsi libidico dell’individuo verso sé stesso perché le figure di accudimento sono state vissute come radicalmente ostili per ricevere la sua energia amorosa.

Proprio qualche giorno fa è stato scoperto a Pompei, nell’ambiente di Leda, un affresco raffigurante Narciso che si specchia nel lago, nella sua iconografia più classica, circondato da animali allegorici e festosi, perché Narciso è anche gioia di vivere. Una gioia di vivere che non riesce a condividere.

Perché Narciso è stato un bimbo fantasioso che immaginava creature e forme imitando ciò che apprendeva, emulando modelli affettivi intravisti nello stagno vischioso della sua infanzia.

In questo ritrovamento archeologico sembra riaffiorare, come un’onda di sincronicità (Jung), un simbolo che si manifesta dal passato, quasi un monito che sale dall’inconscio collettivo dell’umanità, come un’eco che si propaga nella storia, una narrazione insuperata nel tempo che si rimaterializza in un segno presente.

La prospettiva che le autrici di questo articolo hanno voluto assumere è una prospettiva che auspichiamo anche innovativa e di interdisciplinarietà in cui chiavi di riflessione filosofico e psicosociale si integrano nel tentativo di comprensivione di un comportamento che incide nella sfera relazionale, comunicativa nei rapporti interpersonali e sociali. In un momento storico in cui l’uomo sembra dover reinterrogare se stesso e ritrovare il senso di sé nella relazione più profonda con l’altro da se, ci chiediamo se sia riemerso, Narciso, per specchiarsi sulla superficie di questa società liquida.

 

Abbandono circondato d’abbandono, tenerezza che tocca tenerezze…

È la tua intimità che senza sosta si accarezza?

Si accarezza in sé

Del suo riflesso fatta chiara

Così tu scorpri il tema dell’esaudito Narciso”

  1. M. Rilke, Narciso Appagato, 1924.

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