Piove sul bagnato: fenomenologia delle “fake news”

Nel dibattito pubblico si parla sempre più spesso di “fake news”, termine inglese che generalmente si traduce in italiano con “notizie false”. L’inglese to fake può tradursi in italiano con espressioni quali contraffare, falsificare, fare finta di… come sostantivo, invece,  fake è traducibile come raggiro, inganno, truffa, cosa fasulla. Si dice allora di un fake come di una fastidiosa simulazione farsesca, di una banale bugia, ma anche di oggetti palesemente fasulli come le “taroccate” commerciali.

La polisemia dei termini è relata ovviamente ai contesti nei quali essi si adoperano per dare senso a diversi stati di fatto. E nell’era dei social network va di gran moda accostare al mondo delle notizie questo termine esotico e vagamente pruriginoso in grado di influenzare l’opinione pubblica perfino su importantissimi eventi, quali il referendum sulla Brexit e le elezioni presidenziali americane. Al punto che Facebook qualche settimana fa ha annunciato il lancio di un nuovo algoritmo in grado di filtrare il flusso delle notizie e impedire il dilagare del fenomeno nella piattaforma in rete. A livello istituzionale è da segnalare invece l’iniziativa del parlamento tedesco di una legge dedicata a disincentivare le fake news per mezzo di pesanti multe nei confronti delle piattaforme ospitanti.

È importante però essere in grado di andare al di là dell’uso delle parole secondo i canoni sensazionalistici della moda e non limitarsi a seguire acriticamente il flusso delle cose bensì cercare di cogliere l’essenza dei fenomeni nella loro complessità.

Si può partire banalmente dal fatto che abbiamo una pletora di esempi di cosiddette fake news. Uno  su tutti la falsa notizia del sostegno di Papa Francesco a Donald Trump alle elezioni. Anche lo scoop di “Blue Whale”, un gioco diffuso in Russia per incentivare il suicidio degli adolescenti, pare sia una bufala mediatica. Ma l’elenco potrebbe continuare con esempi di altre tipologie di notizie ugualmente false, riguardanti personaggi dello spettacolo o del mondo della politica.

Notizie tanto diverse tra loro hanno caratteristiche in comune: distorcere il senso delle informazioni, se non inventarne del tutto, e disseminare contenuti ingannevoli ne connota la genesi.

Tuttavia, si è notato, si fa presto a dire genericamente fake news. Di quali notizie parliamo?

First Draft è una organizzazione non governativa e senza fini di lucro che pubblica ricerche e commenti di specialisti sul tema dell’informazione nell’era digitale e ha riportato ben 7 modi diversi con i quali la disinformazione prende forma oggi in diversi canali.

  • Collegamento ingannevole: quando titoli, immagini o didascalie differiscono dal contenuto
  • Contesto ingannevole: quando il contenuto reale è accompagnato da informazioni contestuali false
  • Contenuto manipolato: quando l’informazione o alcuni suoi elementi vengono manipolati
  • Manipolazione della satira: quando non c’è intenzione di procurare danno ma il contenuto satirico viene utilizzato per trarre in inganno
  • Contenuto fuorviante: quando si fa uso ingannevole dell’informazione per inquadrare un problema o una persona
  • Contenuto ingannatore: quando il contenuto viene spacciato come proveniente da fonti realmente esistenti
  • Contenuto falso al 100%: quando il contenuto è completamente falso.

 

Un pullulare di notizie artefatte, fuorvianti, inquinanti. Anche l’infosfera ha il proprio cibo spazzatura e il suo nome non è MacDonald ma Fake News, di cui finalmente comprendiamo la ricca fenomenologia. Da dove viene questa spazzatura?

A seconda dei punti di vista, spazzatura è la disinformazione dai siti complottisti oppure la propaganda dei canali ufficiali. Un po’ gli uni, un po’ gli altri, (probabilmente) un po’ entrambi, vista la ricchezza di tipologie con la quale possiamo comunque inquadrare la produzione del falso nel mondo dell’informazione. Ce n’è per tutti i gusti e le provenienze, che sia il prodotto del ciarlatanesimo di massa, o della longa manus del Potere, o figlio legittimo o illegittimo della rivoluzione digitale, la scoria virtuale che distrugge la nostra democrazia: the dark side of the web, o viceversa la scusa che il potere utilizza per giustificare nuove forme di controllo e censura. In un senso o nell’altro, fake news diventa allora il metro di paragone per parlare della società, per prendere posizione, per costruire una narrazione che tratteggi una visione della realtà collettiva, solitamente a fini politici.

Per fortuna la storia ci viene in soccorso con il suo realismo e buon senso. E alcuni coraggiosi ci ricordano che di cazzate in pubblico se ne sono sempre dette! Con esempi eclatanti risalenti all’Antichità, alla Parigi dell’Ancien Règime, giù giù fino ai podcast radiofonici di Orson Welles che passavano per realtà l’invasione dei marziani tratta dal noto romanzo di fantascienza “La guerra dei mondi” scatenando il panico nell’opinione pubblica statunitense. Nihil sub sole novum.

 

Eppure, che magia il social Web e la sua forza di propagazione, circolazione, condivisione. Sembra quasi che alla forza dirompente di un falso a niente poi serva l’istituto della rettifica. La notizia viene prodotta, poi modificata, poi rinegoziata, poi finanche cancellata, eppure non basta. La notizia ha già circolato tra un click e l’altro: alla forza del megafono della propaganda ufficiale si è unito allora il meccanismo anarchico della mitosi fuori controllo.

Questi meccanismi del web naturalmente non passano inosservati, tanto è vero che ci sono fonti di informazioni che hanno la vocazione di generare fake news. Pare, ad esempio, che nel corso delle ultime presidenziali americane un gruppo di adolescenti in Macedonia avesse scoperto il modo di produrre notizie palesemente false ma sensazionalistiche che attraverso i meccanismi della pubblicità in rete hanno generato enormi profitti. Certo, è comunque sorprendente constatare quanto scandalo susciti la scoperta che spararla grossa sul web produca soldi. Come se non fosse sufficiente osservare le dinamiche del mondo reale e affidarsi all’istituto mentale dell’analogia per sviluppare un sano scetticismo riguardo alla relazione tra strumenti tecnologici e l’umano agire e pensare.

 

A questo scandalo si aggiunge quindi la parca austerità del dilemma filosofico di fronte a cotanto clickare. Difficile capire, infatti, cosa sia più scabroso: se l’immoralità o l’ignoranza. Capiamo però che, intanto, veramente scandaloso è il prodotto mostruoso del loro sodalizio, giacché l’una non potrebbe vivere senza l’altra. La notizia fasulla sarebbe nulla senza una mente fasulla. La mente dei clickatori seriali, anzidetti webeti (il geniale neologismo pare sia di Mentana) diventa allora la vera conditio sine qua non delle fake news, siano esse del presente, del passato, del potere o del business. Diciamo allora che le fake news non si limitano a indicare uno stile di informazione scorretta e manipolatrice, ma in special modo una antropologia sociale e una fenomenologia cognitiva: la compulsività inerme del click – mentale o informatico – che la giustifica e la fa circolare. È indicativo di mentalità sempre presenti, che sebbene assumano oggi forme nuove risalgono inesorabilmente a problemi archeologici dell’informazione e della democrazia: la possibilità di riconoscere la verità, la strumentalizzazione del potere, la formazione di un cittadino emancipato e all’altezza di vivere il proprio tempo.

 Nihil sub sole novum, lo ripetiamo. E sorprende intuire quanto ancora resti da sorprenderci nei riguardi della tenace ingenuità umana, rinfrescata da un nuovo sodalizio a portata di click. Occorrerebbe quindi adoperare uno sforzo di comprensione, e chiedersi quali forme assuma oggi tale sodalizio, per mezzo di quali meccanismi esso venga favorito, per quali ragioni il fake-pensiero circoli tra le parole e le cose e si innesti nella mente delle persone fino a coscientizzarsi.

Ma soprattutto bisognerebbe domandarsi quale ne sia l’essenza e la ragion d’essere.

Delle fake news raccontiamo facilmente la commedia: ne indaghiamo i precedenti storici, ne individuiamo le cause nel mezzo tecnologico o negli interessi politici ed economici, possiamo finanche arrivare a comprenderne la pervasività partendo dal dato di fatto dell’ignoranza di massa e della stupidità del “maggior numero possibile di persone”: dall’utilitarismo etico a quello webidiotico, il passo è talmente breve che non abbiamo neanche alzato la gamba.

Per un osservatorio filosofico sembra rimasto ben poco da dire su questo fenomeno, già di per sé abbastanza meraviglioso. Cosa dovremmo forse produrre ancora? Disincanto? Consapevolezza storica e sociale? Forse l’unica operazione filosofica rimasta sulle fake news è quella di ricollocarne il senso a partire dalle problematiche odierne della condizione umana, metterle in relazione come un tessitore le maglie rimaste ancora sbrindellate dell’esistenzialità 2.0.

Tornare a domandarsi, dunque. Ma cosa?

Sgombriamo il campo. Domandarsi il senso del fenomeno delle fake news e puntare il dito sul web o sul business è come domandarsi sul problema della vendita degli ombrellini alle stazioni ignorando la pioggia. Ci sono ombrellini di ogni tipo, compresi quelli costruiti per essere venduti e non funzionare. Ma il fatto che esistano degli ombrellini fasulli e gente che imperterrita li compra è veramente giustificato unicamente dall’evidenza fenomenologica del piovere e dalla scarsa attitudine delle persone di verificare l’apertura dell’ombrello prima di averlo acquistato. Di conseguenza una prima conclusione puramente intellettuale: riconoscere quanto nel mondo dell’informazione le fake news siano la pioggia fasulla che cade sul bagnato di una mente acritica.

Fuor di metafora, è importante in primo luogo sottrarsi alla partecipazione di chi parla delle fake news nell’ambito dell’eterna lotta tra outsiders dell’informazione e canali di informazione ufficiali.

Michel Foucault insegna a pensare che non esiste un pensiero slegato dal potere: rispetto ad esso il cittadino non ha che una scelta, o divenire soggetto al potere o divenire soggetto di potere. Ma ciò non significa unicamente cercare di non abboccare alla bufala mediatica del giorno, bensì sottrarsi anche alle narrazioni di senso che altri poteri fabbricano sulle fake news per screditare altri soggetti. Che il cittadino diventi in grado di sottrarsi alle commedie dei giochi di potere e lasci campo libero per il pensiero critico e razionale.

Essere inoltre in grado di pensare dialetticamente la relazione tra fake news oggi, a fronte sia dei suoi elementi di novità sia rispetto al dato storico inconfutabile che di cazzate in pubblico se ne sono dette in tutte le epoche: abitare, in altri termini, le evoluzioni di ordine antropologico che abitano nella quotidianità delle nostre esistenze. Come giustamente nota Franco Berardi Bifo in uno degli articoli più utili e interessanti sul tema, la produzione del “falso non è una novità del discorso pubblico. Quel che è nuovo è la velocità, l’intensità e quindi l’enorme quantità di informazione (falsa o vera) che sia cui è esposta la mente sociale”. La presenza pervasiva dell’infosfera, ossia la produzione ipertrofica di informazioni e la sua crescente velocità di diffusione, mettono a dura prova l’elaborazione critica delle informazioni stesse. Serve del tempo per entrare in una questione e pensare. Altro che fake news, sottrarsi alla proliferazione di notizie tout court è ad oggi un atto di consapevolezza del cittadino e della sua realistica posizione nel mondo.

Merita a questo proposito di riportare alcune riflessioni di questo articolo (il titolo dell’articolo è “Verità e simulazione” e lo si trova – giustamente in rete – nel sito di Alfabeta2):

“Ma da quando l’accelerazione del flusso ha saturato l’attenzione collettiva, la distinzione tra vero e falso è divenuta pressoché impossibile, la tempesta di stimoli info-neurali confonde la visione e la gente tende a rinchiudersi in reti di auto-conferma: echo-chambers. Il rumore bianco ha preso il posto del silenzio delle folle su cui si fondava la sovranità della Ragione.

Il problema del mediascape contemporaneo non è la diffusione delle false notizie, ma la decomposizione della mente critica, e quindi la tendenza delle folle mediatizzate a cercare auto-conferme identitarie.

La regressione culturale del nostro tempo non è dovuta all’eccesso di bugie che circolano nell’infosfera, ma è un effetto dell’incapacità della mente collettiva di elaborare distinzioni critiche, di valutare in modo autonomo la propria esperienza”.

Infine, sottrarsi anche all’idea che le fake news rappresentino l’unico ostacolo alla presenza di notizie autentiche, reali, e che difendersi da queste equivalga alla questione di riconoscere verità e falsità. Il motivo di questo appunto è di ordine ontologico: Fake News non si oppone direttamente a True News. Potrebbe farlo nel “migliore dei mondi possibili”, vale a dire quello del buon senso incarnato, ma purtroppo l’opposizione Fake & True sbaglia nel presumere che all’esistenza del primo corrisponda con tutta evidenza quella del secondo. Resta infatti ancora misconosciuto ai più che significato abbia parlare della verità oggi, specialmente nel brusio linguistico dell’informazione digitale. Ma per comprendere questo, occorrerebbe probabilmente ragionare su cosa sia verità e menzogna in senso extra reale – ossia virtuale. Quando la nostra idea sulle fake news si costruisce a partire dall’idea che l’informazione abbia a che fare con una scienza dei fatti, allora non abbiamo fatto un passo in avanti verso una reale comprensione del fenomeno informazione. Dal momento che vivere in societá richiede diverse forme di comunicazione, e comunicare è una forma di scambio, informazione sará quel qualcosa che circola nella comunicazione. Il mondo della comunicazione di massa ci segnala l’esistenza di stati di cose del mondo di cui noi non facciamo esperienza diretta, o comunque ci fornisce chiavi di lettura per interpretare fenomeni del sociale di cui facciamo esperienza ma il cui senso potrebbe sfuggirci. In un senso o nell’altro, in ogni caso si tratta di una conoscenza mediata da qualcos’altro, il medium, per dirla con il McLuhan del celeberrimo Gli strumenti del comunicare.

Esiste quindi il mondo delle news in quanto tali, rispetto alle quali si pongono tutta una serie di problemi: essendo queste il prodotto comunicativo di società di massa, esse sono rappresentazioni e narrazioni di stati di cose la cui presenza a noi rimane pressoché virtuale – paradigmaticamente difficile da giustificare. Che rapporto queste virtualità abbiano con la “realtà” nell’epoca delle società di massa e iper mediatizzate è un problema che dovrebbe richiamare l’attenzione filosofica di qualunque cittadino pensante. La società dello spettacolo di Guy Debord e Apocalittici e integrati del nostro Umberto Eco sono entrambi libri che, a più di 50 anni dalla pubblicazione, non hanno perso nulla della loro lucidità e pregnanza nel parlare criticamente dello statuto attuale del nostro tempo (spero che il nostro Osservatorio sia presto in grado di produrre sforzi specifici per restituire questi testi all’attenzione del cittadino contemporaneo).

Poi, ma solamente poi, esiste il mondo delle cosiddette fake news. Il mondo cioè delle notizie volutamente false e scamuffe. Che almeno le leggi della logica vengano in nostro soccorso: è una classica fallacia dell’argomentazione utilizzare le caratteristiche di una certa classe per asserire qualcosa dell’altra. Tipico esempio è quello del politico che scredita l’avversario per mettersi in buona luce, come se una qualche legge cosmica impedisca la compresenza di due entità equamente stronze nella stessa stanza. Si dice falsa dicotomia questa fallacia, ma è necessario scardinarla e riconoscere che, nel mondo dell’informazione, la stessa falsità conosce gradazioni diverse e che le fake news non costituiscono l’unico antagonista nell’eterna lotta tra il male e il bene.

Paradossalmente, capiamo che anche dalle fake news abbiamo qualcosa da apprendere, che niente ha a che vedere con i contenuti effettivi che queste veicolano. Col fake capiamo che non è sufficiente interrogarsi sulla correttezza di una notizia giacché esiste tutta una gradazione del falso che considera l’errore, passa per il dolo e arriva fino ai meccanismi perversi del capitalismo digitale.

Oltre a queste categorie resta poi da considerare il vasto campo di tutte le notizie che, pur non chiamate fake, forniscono una rappresentazione caricaturale e spettacolarizzata della realtà. Non sono queste stesse notizie un modo dissimulato ma ugualmente pernicioso di essere fake news?

Per mezzo di queste facciamo esperienza dell’artificiosità del mondo dell’informazione tout court, nonché della vulnerabilità intrinseca del cittadino alle prese con il problema di orientarsi in un mondo maggiormente virtualizzato e complesso: il suo potere sociale e capacità mentali sono merci in svendita al mercato di questo mondo.

Federico Levy

Commenti (1)

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    Maria Pia

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    Articolo accurato ed estremamente interessante. Un tema di attualità, che da marginale è diventato prorompente, trattato con la competenza necessaria. Complimenti

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